A volte il vuoto della montagna può riempirci di pensieri, mentre la fatica della salita calma la mente.

Ci sono dei giorni in cui sento il bisogno di staccare tutti i contatti con il mondo, rompere le barriere imposte dalla società; in quei giorni per ricaricare le pile mi serve solo fatica e solitudine .

Sabato mattina libero prima di andare a Davai a far festa; abbandono gli amici e le loro proposte di uscite o arrampicate in compagnia per una salita in solitaria sulle montagne che ormai sono quelle di casa: i Musi.
La catena dei Musi sorge come un’insuperabile muraglia tra la Val Torre e la Val Resia; i suoi pendii ripidi e rocciosi non si addicono molto a delle cime delle Prealpi tanto che nell’intera catena solo 3 sono i sentieri CAI che salgono e scendono queste cime così verticali e selvagge.

Andando a lavoro per tutta la settimana ho osservato le condizioni di innevamento delle Alpi e Prealpi Giulie e, anche se le giornate sono sempre molto calde rispetto alla media stagionale, sembra che sulle bastionate somminatili le condizioni siano buone per evitare slavine e per trovare un po’ di neve compatta.

Alle 8 del mattino la macchina è parcheggiata e inizio la salita dal centro dell’abitato di Musi, una volta una viva cittadina ed ora ridotta a paese fantasma. Il sentiero inizia subito in salita, ma grazie alla pendenza costante e all’ambiente familiare le gambe possono procedere anche senza l’ausilio della mente che può perdersi nelle maglie dei pensieri.

Superato il letto di un torrente si entra in un bosco di noccioli che continuerà fino alla quota in cui lascerà spazio ai prati e poi alle rocce sommitali. Il sole sale rapido e nonostante i raggi bassi il terreno inclinato ne riflette il calore rendendo l’aria molto calda.

Superato di slancio il boschetto, appena iniziano i prati, trovo anche la prima neve: le rade chiazze sono lastre ghiacciate create dal calore del sole e dal freddo della notte. Nei canali che discendono dalle varie vette si notano subito gli accumuli e i violenti effetti delle slavine.
Mi fermo per calzare i ramponi e bere un sorso di the mentre osservo un gruppo di camosci con il loro scuro manto invernale che dall’alto controllano il territorio.

Evitando i tratti resi irregolari dal tumulto delle slavine salgo puntando al canalino quasi verticale che so sbucare sulla cresta non molto lontano dalla cima. I ramponi mordono bene e la neve inizia a perdere consistenza man mano che il tempo passa e il sole continua a salire nel cielo. Il canale innevato inizia con pendenza non troppo marcata per continuare sempre più ripido fino al tratto finale in cui dei cordini metallici aiutano nella salita.

La progressione è molto appagante grazie alle ottime condizioni meteo e alla compatezza della neve. In poco tempo sono quasi in cresta dove lo sferzare di un vento freddo e le nuvole che hanno iniziato a oscurare il sole mi ricordano che siamo in inverno; ne approfitto allora per abbandonare i bastoncini, preparare la picca e indossare la giacca.

Le pareti rocciose dei due lati della montagna si fanno sempre più ripide fino ad incontrarsi e creare una cresta sottile come una lama resa ancora più affilata dalla neve modellata dal vento.

È il momento di concentrarsi. Inizio quindi a rallentare la progressione prestando cura ad ogni passo. La cresta è molto esposta e sottile, ma mi sento sempre sicuro anche nei passaggi che fino a non molto tempo fa avrei trovato impegnativi anche in stagioni più favorevoli.

Raggiunta la cima non resta che guardare un attimo il panorama e poi voltarsi per ripercorrere le orme della salita. In discesa la neve dura che ha reso molto divertente la salita mi costringe a percorrere i tratti più verticali faccia a monte fino ai grande canaloni nei prati innevati. Da qui in poi posso tranquillamente iniziare a sfruttare la gravità a mio favore correndo fino alla macchina.

Distanza Dislivello Tempi
6,63 km
1164 m
2h 38m

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