4:30 del mattino. Suona la sveglia!

Memore dal tentativo allo Jof Fuart della settimana precedente – fallito a causa della troppa neve marcia che rendeva impossibile la progressione – ho capito che per trovare condizioni accettabili per la salita, in queste settimane di temperature primaverili, bisogna partire presto. Risalgo così in solitaria e al buio la Val Raccolana, passo Sella Nevea e raggiungo il parcheggio da dove parte la strada per la Malga Grantagar.

Anche se il sole non è ancora sorto il termometro segna già qualche grado sopra lo zero e si nota subito che la neve al suolo si è ridotta drasticamente dal weekend scorso. 

Per svegliarmi e rendere meno noiosa la prima parte dell’avventura sulla strada, in parte sterrata e in parte cementata, che collega le vecchie caserme alle malghe sotto il rifugio Corsi c’è una sola soluzione: cuffiette e hip-hop!

Sulla strada la neve è quasi assente; si può guadagnare quota rapidamente.

Il sole piano piano sta salendo illuminando le cime che fanno da cornice al Corsi.  

In 50 minuti conquisto i primi 500 metri di dislivello fino alla Malga Grantagar da dove parte la teleferica di rifornimento del rifugio. Lascio quindi la strada per il sentiero dei tedeschi che zigzagando tra le bancate rocciose porta al pianoro sotto le imponenti pareti che stanno già iniziando a scaldarsi al sole.

Nel sentiero la neve è più abbondante, ma è ancora compatta perché non ancora colpita dai raggi solari. 

 I moltissimi fiumiciattoli gonfiati dalla neve in scioglimento, l’assenza di vento e la giornata tersa e calda rendono la salita una tranquilla passeggiata primaverile; so però che la sfida inizierà più tardi.

Arrivo quindi al rifugio illuminato dal sole mattutino dove mi concedo una pausa, metto i ramponi e osservo la via normale al Fuart cercando ricordarne il percorso, non potendo essere sicuro di trovare la traccia e i bolli che sono evidenti nella bella stagione, ma che si trovano ora coperti dalla neve.

Le uniche tracce che si vedono sono le mie lasciate 7 giorni prima e quelle di alcuni sci-alpinisti incontrati nel tentativo precedente. Mi avvio quindi ripercorrendo i miei stessi passi in direzione dei torrioni rocciosi alle spalle del rifugio.

La neve sembra poca ma nei punti in cui è stata scaricata dalle pareti si sprofonda comunque fino al ginocchio!

Arrivato ai primi salti di roccia mi faccio strada tra canalini e piccoli tratti in arrampicata cercando una linea più diretta e facile possibile fino all’attacco della ferrata. 

Restare qua a godere, nella completa solitudine, circondato da queste guglie e questi muri compatti che si stanno svegliando dall’inverno, sarebbe già un premio soddisfacente per la giornata; non vedo però l’ora di scoprire le condizioni più in alto e di poter guardare le cime da un’ altra prospettiva. 

Risalgo un canale sempre più verticale fino a che la neve lascia spazio al ghiaccio proprio sotto l’inizio della ferrata; ho però sbagliato strada e vedo il cavo un paio di metri sopra di me dopo un piccolo tetto di roccia: con un po’ di coraggio affronto il boulder ribaltandomi ad un metro dal cavo. Inizia la vera salita.

La ferrata passa attraverso un arco di roccia naturale che, coperto da neve e ghiaccio, risulta molto affascinante. 

Continuo a seguire i tratti di cavo tra neve e roccia: le punte dei ramponi ringraziano. Finito il tratto attrezzato punto diretto alla cresta risalendo in verticale il ripido pendio innevato.

Più salgo e più la vista è spettacolare: si possono osservare sempre meglio le cime vicine e la nebbia sulla pianura friulana rende ancora più incredibile il fatto che stia salendo in maniche corte!  

Le cosce spingono bene, ma iniziano a sentire la fatica! Il pendio è lungo e non da tregua.

Dopo una bella faticata arrivo finalmente allo spallone dove la pendenza diminuisce. 

Ancora un centinaio di metri di dislivello in cresta con alcuni saliscendi e finalmente vedo la madonnina bianca della cima. Sulla vetta c’è un po’ di vento, ma il sole scalda e in maniche corte si sta ancora bene.

In cima si sta benissimo! Rimango un tempo infinito seduto tra le rocce a godere del sole e del panorama! 

Finito il thermos di the è però ora di scendere. Firmo il libro di vetta, preparo lo zaino e ripercorro la strada della salita seguendo le tracce dell’andata. La neve si sta sciogliendo, ma in discesa non è un problema: anzi permette di scivolare giù senza troppa fatica.

Ripasso quindi dal foro e ridiscendo fino alle rocce più basse dove avevo lasciato i bastoncini. La neve è ormai una poltiglia senza consistenza, ma il cervello può ora rilassarsi perché le difficoltà sono finite: qualche scivolone prima del rifugio non è certo un problema

Arrivato al Corsi inizio a sentire la sete: troppo sole e pochi liquidi, non vedo l’ora di arrivare alla macchina. Veloce pausa per togliere i ramponi e, anche se le gambe sono stanche, inizio a correre fino alla macchina in Val Rio del Lago.

Giro bellissimo in un’ambiente che ha poco da invidiare alle più famose Dolomiti. Bisognerà sicuramente tornare per altre avventure: infatti salendo ho notato il canalone Nord-Est in buone condizioni che forse……..

Distanza Dislivello Tempi
13,19 km
1810 m
6h 03m

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