Quasi un mese è passato dall’ultima avventura nel mio amato Friuli e dopo un periodo trascorso a Parma per motivi di studio, la voglia di farsi un “bagno di Natura” è proprio alle stelle. E quale posto può riportarmi immediatamente con lo spirito alla mia Heimat se non la Val Resia? La lunga e soleggiata valle culla di identità e tradizioni, incastonata tra le Prealpi Giulie e il monte Canin. È proprio dove la cresta di questo magnifico monte inizia a scendere che si vede alla fine, un po’ di disparte, quasi intimorita dalla grandezza e possanza delle altre cime, la nostra meta odierna: la Velika Baba o Baba Grande.

 Ore 7.30 suona la sveglia, assonnato e ancora stanco da settimane di sonno accumulato, mi muovo in cucina con la faccia da zombie preparando il caffè. Alle 8 i due compagni d’avventura, Mauro e Augusto, suonano al campanello, scendo e siamo subito in partenza verso la Val Resia, incredibilmente non sono in ritardo e la partenza rispetta la tabella di marcia. 

Risaliamo la lunga valle restando incantati a momenti dalle limpide acque del torrente Resia, a momenti dalle impervie pareti nord delle catene del Plauris e dei Musi e come sempre fantasticando su avventure future nella valle. Superata anche la frazione di Coritis, lasciamo la macchina poco distante da Malga Coot fermati da alcune lastre di ghiaccio presenti sulla strada e alle 9 siamo in cammino. 

Il meteo sembra quasi volerci dare il suo beneplacito tanto limpido è il cielo e vi è solo una leggera brezza fredda ad impedirci di togliere la giacca fin dal primo minuto mentre la neve invece scarseggia e al suolo non vi sono che pochi centimetri gelati. Iniziamo a camminare con un buon passo per scaldare i muscoli ancora freddi e senza neanche accorgercene imbocchiamo il bivio alle spalle di Malga Coot che ci porta sui versanti meridionali del monte Canin. 

Il bosco è silenzioso, solamente i nostri passi sulla neve e il vento tra gli alberi rompono la tranquillità che domina la valle. Le gambe a questo punto sono già calde, giusto in tempo per affrontare la prima difficoltà della giornata: una grande valanga che ha ricoperto quello che dovrebbe essere il normale sentiero. Decidiamo di prendere la situazione di petto, o meglio, di gambe e dopo aver verificato la consistenza della neve, risaliamo la valanga in direzione del bivacco Costantini

Dopo pochi minuti ci rendiamo conto che la pendenza assieme alla compattezza della neve ci stanno facendo faticare non poco e decidiamo di fare una prima pausa per indossare i ramponi. Si rivela essere la scelta giusta e continuiamo l’ascesa con un nuovo sprint cercando le linee di pendenza maggiori nella valanga per mettere alla prova i denti d’acciaio sul duro ghiaccio. Io e Augusto, poco allenati, iniziamo ad accusare un po’ di fatica ai polpacci e malediciamo Mauro che zampetta su e giù lungo il pendio per fare riprese con l’action-cam. Questa dinamica sarà la costante della giornata. 

Dopo un ultimo strappo ghiacciato arriviamo al Costantini, dove ci concediamo un sorso di tè e una manciata di frutta secca. La giornata continua ad essere spettacolare, forse fin troppo calda per essere inizio marzo al punto che abbiamo già la fronte imperlata di sudore quasi fosse una salita estiva. 

Ci rimettiamo in marcia carichi di adrenalina per salire il canalone che ci porterà alla forcella Infrababa. Dopo pochi passi le pendenze si fanno sostenute e la neve si alterna a lastre di ghiaccio: ora di impugnare la picca! La salita è un piacere e il contesto naturale in cui ci troviamo ci fa sentire come dei veri alpinisti, peccato che questa illusione non duri più di mezzoretta perché l’entusiasmo lascia spazio al bruciore di gambe che si sta facendo sentire sempre più. Chiniamo il capo, stringiamo i denti e andiamo su bramanti di arrivare alla forcella. 

La raggiungiamo dopo circa un’ora dal bivacco e finalmente possiamo fare una pausa a mangiare qualcosa. Augusto si lascia cadere di faccia nella neve, mentre io sono già in modalità spiaggia disteso al sole a riposare. Dopo una decina di minuti di relax e dopo aver rischiato di vedere scivolare fino a valle il mio thermos, Mauro ci richiama all’ordine spronandoci ad affrontare gli ultimi 200 m di dislivello per arrivare alla cima. 

C’era da aspettarselo, la ripartenza è durissima e ancora più difficile è far capire al cervello che il primo muro da salire non è così ripido come lo sto vedendo. All’inizio mi giro verso Augusto cercando di trovare un sostegno nel rinunciare alla vetta ma anche lui è indeciso, per cui stringiamo i denti e decidiamo di salire. Che dire, se avessimo rinunciato ce ne saremmo pentiti per tutta la vita, dopo il primo strappo che si rivela essere davvero facile, la spalla finale per la cima è stupenda. Saliamo quello che sembra un nevaio di qualche 4000 e con rinnovata energia copriamo le ultime decine di metri di cresta che ci separano dalla vetta. 

Il paesaggio è super! Mentre la vista spazia a 360° fermandosi ad osservare i giochi che le nuvole fanno con la luce, sento dentro di me saziarsi il bisogno di Natura e Montagna. Un fronte di nubi proveniente da Est e uno proveniente da Sud ci fanno desistere dal rimanere lassù a nominare ogni cima e valle che si vedono. Beviamo un goccio di tè e ci rimettiamo subito in marcia scendendo abbastanza rapidi fino alla forcella.

Non siamo ancora alla macchina, dobbiamo ancora scendere il canalone i cui tratti gelati non vanno affrontati in modo superficiale. Iniziamo quindi a scendere pian piano tastando sempre il tipo di neve che attende il passo successivo e approfittando del fatto che il sole abbia parzialmente indebolito alcuni tratti. Così facendo, alternando delle corsette su neve morbida, a pezzi affrontati faccia a monte, scendiamo più rapidi del previsto e in poco tempo siamo nuovamente al Costantini. Mentre beviamo gli ultimi gocci dal thermos sopra di noi passano due parapendii che ci salutano e fanno qualche acrobazia mentre un grifone sbuca sopra le creste rocciose e sembra quasi voglia mostrare come sia lui il vero re del volo. 

Rinfrancati e consci che le difficoltà sono finite, ci lanciamo giù correndo sul pendio innevato, facendo più di qualche capitombolo. Attraversiamo il bosco scendendo lungo un torrente e in una decina di minuti ci ricolleghiamo al sentiero iniziale. Una lunga pausa a godersi il panorama da Malga Coot e siamo alla macchina, giusto un istante prima che dalle nuvole, avvistate dalla cima, cada una lieve pioggerellina quasi primaverile. 

Distanza Dislivello Tempi
10,77 km
1494 m
6h 4m

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