E’ sabato! La sveglia alle 6:45 mi ricorda che oggi si va in mont. Stranamente la meta è già nota da una settimana: cima del Cacciatore a Tarvisio. Durante la settimana mi sono già letto 8 relazioni, osservato circa 20 tra mappe e cartine e visionato tutta la videoteca di youtube su questa cima. Dopo questo meticoloso lavoro, tuttavia, le mie certezze si riducono a pochi elementi: saremo in quattro perché per questa uscita si aggiungerà anche Gianluca, si va a Tarvisio, si salirà o da Nord o da Sud, si scenderà dall’altra e in vetta c’è una croce e un libro di vetta con le pagine tutte complete.

Stranamente, visto l’orario, sono riposato, ho voglia di faticare e soprattutto usare la mia nuova picca. Basta pensare, sono le 7:15 ed è ora di andare verso casa di Mauro. Prendo lo zaino preparato la sera precedente, la giacca da moto e quella da montagna, indosso il casco e parto con lo scooterone nell’aria fredda del mattino. Arrivo a casa di Mauro, che esce appena spengo lo scooter. Ci salutiamo e ci mettiamo in macchina per andare a recuperare prima Gianluca e poi Nici. Nel tragitto aggiungo una nuova certezza, si salirà da Sud! Arrivati a Gemona, il lieve ritardo di Gianluca mi permette di accendere la prima sigaretta che per la fretta non avevo ancora fumato. Pessima idea! Tempo cinque tiri e perdo la sensibilità alle dita della mano che impugnano questo brutto vizio. Ok, fa davvero freddo…altra certezza!

Avvisato Nici con largo anticipo per contrastare la sua fragile puntualità, lo vediamo uscire di casa con lo zainetto e la scatola dei ramponi in mano (grazie Grivel per non fornire nemmeno una misera busta nella quale inserirli…). Siamo finalmente al completo! Si parte verso Ugovizza, e lungo il tragitto ci fermiamo per l’immancabile caffè e una mini spesetta per riempire di Kcalorie lo zaino dei miei compagni di viaggio. Poco prima di arrivare entriamo in Val Saisera, che Mauro sostiene essere la valle più bella del Friuli. Così bella che mentre io mi faccio spiegare i nomi delle montagne che ho davanti, manchiamo la strada che porta al parcheggio. Inversione e finalmente ci siamo. 

Scendiamo e iniziamo la vestizione. Le temperature sono basse, probabilmente attorno ai -5°. Mi allaccio le scarpe e non sentio più le dita dei piedi. Sistemo le cose nello zaino e non sento più le dita delle mani. Nonostante l’assenza di sensibilità agli arti inferiori e superiori, imbocchiamo il sentiero che punta a sella Prasing superando una serie di prati lievemente innevati per poi dirigerci in mezzo al bosco. Qui la neve lascia spazio a una coltre di foglie secche e ad un’inclinazione tutt’altro che scontata. Dopo una mezz’ora, infatti, siamo fermi perché la temperatura sotto i nostri gusci è ormai ottimale: togliamo quindi le giacche e ripartiamo.

In breve raggiungiamo la sella sulla quale riprendiamo fiato, fotografiamo, espletiamo bisogni fisiologici imprescindibili e ci demoralizziamo. Il tracciato che porta a Cima del Cacciatore si inoltra in un bosco in cui le stagioni sembrano ferme all’autunno: niente neve, erba verde.

Il sentiero continua impervio ma noi guadagnamo quota con ritmo costante. Gli alberi finiscono e scopriamo che la cima è lì, sopra i prati verdi. Ormai è certo, questa sarà un’uscita quasi estiva, probabilmente bella, ma non certo quella che stavamo cercando. Oggi niente ramponi e niente picca, che delusione! 

Nici, dopo aver superato i prati e raggiunto le prime rocce, decide che è ora di rendere la salita più avventurosa. “Prendiamo a destra di questa roccia e arrampichiamoci fino alla cengia!”, esclama. Si distacca dal sentiero mentre Mauro, Gianluca ed io togliamo gli zaini e aspettiamo pazientemente. Mauro lo raggiunge, io decido che non lo farò e aspetto con Gianluca. I due iniziano a traversare per sfasciumi fino sotto la cengia, ma poi iniziano a capire l’infattibilità del loro progetto. Valutano, cercano il modo per superare l’ostacolo e alla fine tornano indietro. Posso dire a loro discolpa che erano davvero convinti e che per un momento ho pensato ci riuscissero davvero. 

Riprendiamo dunque il sentiero, che dopo un paio di tornanti porta all’inizio del tratto attrezzato. Metto via i bastoncini mentre Mauro e Nici non si arrendono e prendono un percorso alternativo spostato di 40 mt dal sentiero. Tempo di fare qualche gradino di roccia ed eccoli ricomparire nuovamente sulla traccia. Ci ricompattiamo e finalmente arriviamo al canalone attrezzato che porta alla vetta. Qui non c’è sole ma soprattutto c’è la tanto cercata neve, e nemmeno poca giudicando la traccia lasciata da un gruppo passato poco prima di noi. Nessuno dice nulla ma tutti tiriamo fuori le picozze. Ora siamo felici e si comincia. 

La salita viene resa facile da una neve morbida e facilmente gradinabile, il cavo non serve quasi e in rapidità superiamo il primo tratto uscendo su un prato che porta al secondo passaggio, distinto da qualche metro di roccette affioranti. Mauro e Nici proseguono, io decido di mettere i ramponi, che non servono realmente, ma diciamolo: quanta certezza ti danno? Quando li metto mi sento quasi un vero alpinista, quindi non posso di certo non usarli! Mentre li estraggo per indossarli mi raggiunge e supera Gianluca che accusava qualche fastidio ad una gamba, capibile visto che non andava in montagna da un bel po’. 

Mi trovo quindi solo con i miei ramponi, affronto il tratto misto e inizio uno strappo ricoperto di ottima neve. Mi guardo intorno e mi perdo nella pace di quel momento, nel bianco della neve e nel silenzio che questa genera. Non faccio in tempo ad accorgermi dei passi che lascio alle mie spalle, ed ecco i miei compagni di avventura e la croce di vetta: la salita è finita! Suono la campana felice, ma con un lieve amaro in bocca: il tratto finale è stato troppo lieve, volevo di più. 

Questa sensazione sparisce dopo poco e mi trovo a guardare le montagne che ci circondano, con Nici che le elenca e Mauro che ogni tanto lo corregge. Io ascolto cercando di imparare, per me è tutto nuovo, e allora guardo il Pelmo, le montagne austriache e tutte le cime che meticolosamente descrivono. Il sole è nascosto da un velo e l’aria inizia a essere fredda. Ci copriamo, beviamo, mangiamo e dopo le foto di rito decidiamo di ripartire. La discesa sarà da Nord. 

Inizia con un breve salto che ci porta sulla spalla da cui parte il tratto attrezzato che scivola accanto ad una parete rocciosa fino ad un anfiteatro probabilmente detritico. Questo passaggio è divertente, si possono usare le picche, coi ramponi forse diventa fin troppo facile e in pochi minuti siamo giù. 

La neve è tanta e un po’ scivolosa, essendo tutti senza ramponi ad uno ad uno poggiano le loro zone lombari a terra almeno una volta. Io no, mi inciampo incastrando la punta del rampone sinistro nel pantalone, finendo a pelle di leone nella neve. Per fortuna sono l’ultimo della fila, nessuno mi ha visto, ma appena alzato in piedi e ripulito scoppio a ridere raccontando tutto ai miei compagni.

A questo si aggiunge Nici che nel tratto terminale decide che è il momento di provare una caduta sulla neve e l’utilizzo della picca per fermarsi. Noncurante delle norme su come effettuare questa manovra si lancia sulla neve nella tipica posizione della stella marina, divenendo pelle d’orso appena raggiunta la neve e vanificando l’effetto della picozza nel rallentare la scivolata. Per fortuna la neve è tanta e non ghiacciata, quindi dopo mezzo metro si arresta, generando un attacco di ilarità generale. 

Continuiamo dunque la nostra lenta discesa fermandoci ogni 10 minuti per le foto, per parlare, per guardare. Insomma, nessuno voleva realmente tornare giù. Lentamente raggiungiamo le piste del Lussari, decliniamo l’idea di salire anche su questo monte e prendiamo la strada forestale che ci riporterà al parcheggio. 

Poco dopo troviamo uno slargo al fianco di una parete calcarea e lì decidiamo di chillare ancora un po’. La strada che conduce alla macchina è eterna, scende lenta, forse troppo e il ritorno si fa ancora più lungo. Superiamo una galleria probabilmente risalente alla guerra e proseguiamo tra chi taglia nel bosco e chi dialoga allegramente . Dopo un tempo indefinito ci ricongiungiamo al tratto percorso in salita e rapidamente torniamo al parcheggio. 

Risultato: 6 ore e 25 minuti di cui 2 e 30 fino alla vetta, e 14 Km. Insomma una bella salita, forse si cercava qualche cosa di più impegnativo, ma alla fine ce la siamo goduta, abbiamo ammirato il paesaggio di queste stupende valli, e abbiamo usato le picche (io anche i ramponi). Alla macchina siamo tutti contenti e abbastanza stanchi da essere soddisfatti della giornata. Anche per oggi i Giupets tornano a bassa quota.

Distanza Dislivello Tempi
14,27 km
1250 m
6h 23m

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