Prima di immergervi in questo piccolo racconto vi consigliamo di rileggere la nostra introduzione. In un passaggio sosteniamo che non sappiamo categorizzare ciò che facciamo, e che a muoverci è la curiosità. Ci chiediamo spesso quali linee inaspettate tracceremo sul terreno, quali incontri bizzarri ci aspettano o quali imprevisti ci faranno cambiare strada lungo la prossima avventura. Solitamente, però, tutto questo resta confinato ad un piccolo gruppo di persone. 
 

Eppure domenica è successo qualcosa di nuovo. Una breve escursione, pianificata per far conoscere alcuni tra i luoghi più remoti delle Prealpi Giulie e per mostrare il nostro approccio trasversale al movimento, ha dato modo a 12 persone di liberare quella curiosità che spesso è rimasta sopita. Anche noi, che di solito parliamo attraverso i racconti sul web, abbiamo preso forma nel mondo reale. Chi l’avrebbe mai detto che dalla semplice idea di creare una mappa condivisa dove segnare le nostre avventure, sarebbe poi nato un blog per raccontare e condividere tutto ciò con i nostri lettori, che avremmo radunato e portato in montagna con noi. 

Il ritrovo è a Tarcento, in piazza. Dopo un rapido giro di presentazioni, ci dirigiamo con le macchine piene di persone, di cibo e di bevande, verso Uccea. La meta di oggi è Casera Caal, che si trova a pochi passi dal confine con la Slovenia. La scelta del posto è voluta: la struttura è molto bella, la salita non è troppo impegnativa, c’è spazio per tante persone, e chi vuole può salire ancora per sbirciare la Val Resia dal suo versante meridionale.

Cominciando a salire, si delineano i primi gruppetti. Tra chi ha la gamba allenata e chi non va d’accordo con la pendenza iniziale, arriviamo circa a metà salita e cominciano ad apparire le prime brioches. Dopotutto, parlare e camminare comporta un grande dispendio di energie. Si mischiano così le persone, e pian piano ci si conosce meglio. C’è chi studia psicologia e chi costruisce violini, chi fa l’architetto e chi la guida naturalistica, c’è chi lavora in un vigneto e chi fa il pasticcere. Oggi però, lasciamo alle spalle i nostri ruoli quotidiani. Ognuno di noi ha storia, competenze, sensazioni e percorsi diversi, ma ora l’unica cosa che conta è il modo in cui ci muoviamo, nient’altro.

Un momento di pausa lungo la salita a Casera Caal

Proseguiamo con passo tranquillo, e ci fermiamo ogni tanto per osservare qualche animaletto, dei fiori particolari o anche solo per stare tutti insieme, rallentando i più veloci, aspettando i più stanchi. Dopo un po’ scorgiamo la casera oltre le fronde degli alberi: siamo arrivati! La struttura si trova in mezzo ad un prato erboso ed è protetta dal Monte Banera. Poco prima del nostro arrivo se n’era andato un altro gruppo di persone, che abbiamo incrociato lungo la salita. Quando apriamo la porta, il profumo di polenta e il calore dello spolert, che conserva ancora delle piccole braci, ci fanno sentire a casa. 

Casera Caal

Ci prendiamo una meritata pausa, e apprezziamo il fatto di poter stare insieme, in montagna, a discutere di qualsiasi cosa senza orari né obblighi. Ad alcuni tornano in mente le escursioni dell’infanzia, in cui, oltre alla gioia di essere nella natura, con il profumo del bosco, immersi nella bellezza vertiginosa della montagna, c’era la fatica soddisfacente di un cammino condiviso.

A rendere l’atmosfera ancora più magica, ci pensa Nici. Una volta trovato uno stabile appoggio per ogni fondoschiena, ascoltiamo le sue appassionanti spiegazioni sul territorio circostante, che spaziano dalla formazione delle montagne alla descrizione delle principali specie locali. Senza essere mai troppo accademico, riesce a trasmetterci la sua passione per la Natura, dandoci gli elementi per capirla un po’ meglio, e lasciandoci esprimere al meglio la curiosità che scalpita in noi sotto forma di domande più o meno tecniche. Imparare le cose con l’esperienza diretta è sicuramente uno dei migliori modi per capirle a fondo. 

"Papà Castoro, raccontaci una storia"

Le nostre gambe si riposano in misura proporzionale al fluire delle parole. Ci scambiamo opinioni, dati, aneddoti sui nostri precedenti giri nella nostra magnifica regione, e non solo. Di energia ne abbiamo ancora, e quasi tutti decidiamo di andare a vedere il panorama dalla cima del Monte Plagne, che si trova a nord-est rispetto alla casera. Nick impone un buon passo, e tutti bene o male lo seguono, non senza qualche silenziosa imprecazione. Una volta messo il piede sul piccolo pilastro in cemento che segna il confine tra l’Italia e la Slovenia, è impossibile non divorare quelle montagne con gli occhi. Ci pensa poi Ambro, con la sua solita parlantina da appassionato di storie di confine, a rendere l’atmosfera ancora più particolare. Banditi, bracconieri, contrabbandieri: tutti eludevano i controlli di confine valicando questi muraglioni grigi, che noi oggi usiamo per fare passeggiate e fuggire dalla frenesia delle città. 

La salita al Monte Plagne
Panorama sulla Val Resia

L’unica cosa che ci permette di distogliere lo sguardo dal panorama, è la fame. Decidiamo quindi di scendere per tornare in casera. La discesa è uno spasso, e possiamo permetterci di azzardare qualche saltello rapido sui tratti più facili. Senza accorgercene, arriviamo al nostro campo base e sullo spolert ci sono già pane, frico e polenta. 

Si parla, si mangia, si beve. C’è chi si arrampica sugli alberi, chi si appisola sull’amaca, chi studia la struttura della casera e chi se ne sta seduto a godersi un attimo di tranquillità. Perdiamo la concezione del tempo, che ci pare essersi fermato. A vederci da fuori, nessuno saprebbe dire se siamo lì da 5 minuti, 5 ore o 5 giorni.

Purtroppo però gli orologi ci portano di nuovo con i piedi per terra. Il pomeriggio avanza ed è bene sistemare un po’ di cose prima di ripartire verso le macchine. Raccogliamo e separiamo i rifiuti, lasciamo qualche omaggio nella dispensa della casera, che non è di certo sguarnita, e con tutta la calma del mondo cominciamo a preparare gli zaini. Un ultimo controllo alla struttura, una foto di rito e la porta si chiude. A passo di comitiva ci infiliamo nel sentiero che ormai non ci spaventa più, forse con il parlare di montagna abbiamo anche messo da parte la paura e la fatica, e dopotutto la discesa è sicuramente un altro mondo rispetto alla salita.

In Friuli abbiamo un modo particolare di invitare le persone a bere qualcosa prima di salutarsi definitivamente, che si colloca su quel labile confine che separa l’invito dalla minaccia: “vino di saludasi come cjans?”.  No, noi decidiamo di non salutarci come dei cani, e ci ritroviamo tutti insieme Alle Sorgenti alle pendici dei Musi. Prima di ordinare qualcosa di fresco da bere insieme, scendiamo sul Torre che scivola ancora giovane tra i sassi bianchi. Non ha ancora avuto il tempo di farsi scaldare dal sole, e i nostri piedi se ne rendono subito conto. Pochi sono i coraggiosi che resistono più di un minuto nell’acqua gelida, ma nessuno rinuncia a questa ultima sfida. Forse sarebbe più corretto dire penultima, visto che vicino a noi c’è anche una slackline. Chi ha già dimestichezza prova qualche esercizio un po’ avanzato, chi invece non ci è mai salito lotta nel tentativo di trovare l’equilibrio su quella sottile fettuccia verde. Che bello, un altro stimolo per il nostro corpo e una nuova modalità di movimento!

Coi piedi nel Torre
In equilibrio sulla slackline

Alcune piccole note in conclusione. Quella curiosità di cui parlavamo all’inizio oggi l’abbiamo toccata con mano. Siamo felici perché abbiamo visto le persone sorridere, sudare, esplorare l’ambiente e loro stessi. Ognuno di noi ha sperimentato qualcosa di nuovo lasciandosi guidare da uno stimolo esterno o interno. Ci siamo trovati un po’ come quando si aspettano i fuochi d’artificio con il naso in su. Non si vede niente, è tutto buio, ma poi ecco una domanda, una battuta, una scoperta, un incontro, un limite da valicare insieme. Senza andare in capo al mondo, semplicemente uscendo di casa, abbiamo in piccola parte forgiato un nuovo legame tra le persone e la Natura. Il Giupet ha portato a termine uno dei suoi scopi principali: far capire agli altri il perché si fanno certe cose o si lotta per arrivare in determinati posti. Non per amore del rischio o della fatica, ma perché quando ce la fai una parte di te cambia. Se poi si cambia insieme, non solo i fuochi d’artificio sono più belli, ma si vedono anche da più lontano. È proprio per questo che speriamo di avere in futuro altre persone che vorranno venire in montagna con noi per sperimentare un nuovo modo di muoversi e di stare in montagna. Da parte nostra, senza grandi pianificazioni strategiche, ci sarà sempre piena fiducia nell’ignota sintesi che si compone dalla meravigliosa pluralità delle esperienze e delle persone. E già questa è una piccola rivoluzione.

Questo articolo è stato scritto cucendo insieme i pensieri che i partecipanti ci hanno scritto nei giorni seguenti all’uscita. Possiamo quindi dire che l’autore non è nessuno, o meglio, siamo tutti noi. Perché Il Giupet non è una persona, ma un’attitudine. 

Grazie a tutti voi

2 commenti

Vittoria · 30 Giugno 2019 alle 10:03 am

Che belle queste iniziative la natura non ha bisogno di parole il bello e tutto lì e la natura e le persone come voi che la valorizzano

    Nick · 23 Luglio 2019 alle 10:29 am

    Hai ragione Vittoria, questo è proprio lo spirito che ci muove! Grazie per il tuo commento!

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