Solitamente, quando più persone scrivono uno stesso articolo, si cerca di uniformare il più possibile il testo finale, in modo da rendere fluida la lettura fondendo i singoli contributi degli autori. Ma dato che a noi piace fare le cose in maniera diversa, questo piccolo racconto, scritto a quattro mani dai due protagonisti della salita, è stato lasciato volutamente diviso in due. E c’è un motivo. Pensiamo che la montagna, alla fine, crei lei stessa la sintesi dei pensieri. Ognuno di noi ha una quota o un paesaggio dove si sente bene, magari né bello, né brutto, semplicemente il suo. In questo caso, le Alpi Giulie si sono fuse alle Dolomiti Pesarine, nell’antica formula che, un passo dopo l’altro, ci permette la salita. Così, il movimento si fa dialogo e raccoglie in sé vite diverse, che, nel mistero della montagna, fondono nella ermetica realizzazione dell’andare insieme. Dunque, nonostante il netto cambio di prospettiva, il dialogo e le sensazioni degli autori si sono mantenute intatte. Anzi, crediamo che, alla fine, si farà comunque fatica a riconoscere le diverse mani. E la montagna avrà nuovamente compiuto la sua magia. Buona lettura!

Le dolomiti pesarine

Per chi scrive, le montagne di casa sono sempre state le Alpi Giulie. La mia piccola Heimat è quello spazio compreso tra il Montasio e il Canin, dai quali si può guardare molto lontano: la Slovenia fino all’Istria, il Mar Adriatico, l’Austria fino al Grossglockner. Eppure, basta voltare lo sguardo verso ovest e laggiù, tra la foschia, appaiono lontanissime le Dolomiti. Ricordo che quando salivo sulle Giulie da bambino chiedevo sempre a mio nonno di mostrarmi le Tre Cime di Lavaredo, perché me le ricordavo dai libri di scuola e perché da quelle parti, ogni tanto, andavo a sciare. Allora mio nonno mi faceva guardare dal binocolo, lontano, oltre la mia valle, oltre la Carnia, e diceva: “Cjale mo, frut, sono laggiù! Le vedi sullo sfondo? Non si vedono quasi mai perché sono le Dolomiti!” E io mi perdevo in quell’orizzonte di montagne senza fine, così diverso dalla sicurezza che mi dava l’Adriatico lì a due passi, e speravo che anche laggiù ci fosse un bambino che si divertiva a chiedere al nonno di mostrargli le Alpi Giulie, giusto per salutarlo in quella strana fantasia che rende i bambini così felici e liberi.

Crescendo, la geografia si riorganizza, e si scopre che le Dolomiti non sono poi così lontane, anzi, ce ne sono un po’ anche in Friuli, e fanno parte del patrimonio dell’UNESCO proprio perché sono selvagge e meno conosciute delle loro sorelle venete, trentine e sudtirolesi. Così, se un amico tolmezzino, profondo conoscitore dell’alta Carnia, mi propone un giro in val Pesarina, sul gruppo delle Terze, è difficile che possa dire di no: mi sembrerebbe di fare un torto a quella parte infantile che ci portiamo tutti dentro. E visto che le occasioni sono sempre meno, decido di partire e godermi una giornata di luglio ai confini dei Monti Pallidi, da dove si possono ammirare, finalmente vicine, quelle torri rosate che hanno fatto la storia dell’alpinismo. l’Antelao, il Civetta, le Tofane, la Marmolada, saranno finalmente lì, a una valle di distanza, pronte a farsi contemplare come star del cinema su un tappeto verde di boschi e scintillii di paesi alpini.

Camminare a fianco a fianco con Tommaso Brollo, classe 1993, dottorando in economia, può essere molto rischioso per il sottoscritto. Lo conosco da una vita, è un pozzo di scienza dall’intelletto genuino che spesso guizza da un tema all’altro senza soluzione di continuità. Una macchina da guerra della dialettica, a cui, ammetto, faccio spesso concorrenza. Insomma, devo già mettere in conto che se il giro dura sei ore, sarà più la fatica del parlare a tutto spiano di qualsiasi cosa che quella dell’effettivo camminare e scalare la montagna. Difatti la richiesta “quanto tempo che non ti vedo, racconta un po’che vita fai!” sortisce il suo effetto già durante il tragitto in macchina da Tolmezzo a Pesariis, dove tra economia, politica, filosofia e futuro del mondo, dell’universo e tutto quanto arriviamo in men che non si dica al Pian di Casa, inizio effettivo della salita.

Carichi alla partenza! Pian di casa in val Pesarina

In realtà, c’è qualcosa che attira la nostra attenzione e che subito cambia lo stato d’animo: il bosco casali della Val Pesarina è stato tra i più colpiti dall’uragano Vaia del 28 ottobre 2018. Si stringe il cuore a vedere questi giganti caduti, pensando all’importanza del legno per queste vallate. L’odore della resina qui è un grido di dolore: un’intera foresta schiantata, come se un gigante si fosse divertito a giocare a Shangai. Un danno economico incalcolabile: l’intero piano di silvicoltura messo in piedi dalla Regione negli ultimi 50 anni sostanzialmente perso, così come il bosco stesso, che ci metterà circa un secolo a risorgere.

I brutti pensieri passano arrivando alla casera Mimoias, piccolo idillio tra le dolomiti pesarine, dove tra prati e qualche bovino un po’insistente, lascio il segno del passaggio dei giupets con una firma e un adesivo nel libro. Il sentiero CAI che seguiamo è il 202 e, senza neanche accorgercene, in meno di due ore siamo al passo di Mimoias, nuovo confine tra Veneto e Friuli dopo che la “redenta” Sappada è tornata in FVG.

L’ambiente è completamente, meravigliosamente dolomitico. Mi sembra quasi di aver soddisfatto la richiesta del bambino che è in me, soprattutto perché noto con piacere che non sono per niente stanco. Ma questo è anche il bello delle dolomiti: lunghi avvicinamenti fra alpeggi che odorano di caramelle al larice sovrastati da guglie rifinite in ogni dettaglio, splendenti nel rosa dell’alba. Una pinacoteca di Dio, come scriveva Paolo Rumiz.

Una mucca invadente alla casera Mimoias
La cresta di Enghe si erge alla nostra destra
In vista del passo di Oberenghe
Tommaso al passo di Oberenghe

Per me le Pesarine sono, diversamente che per Alessandro Ambrosino, classe 1992, amico da una vita e, come me, inguaribile logorroico, un pezzo di casa. Vuoi per gli amici in valle, che, ad una generazione di distanza, hanno spesso portato su queste crode sia i miei genitori sia il sottoscritto, vuoi per il fascino magnetico di queste montagne selvagge, dove non incontri nessuno per intere giornate, sono tornato quassù forse troppo spesso. I massicci e le creste li si conosce per nome, li si indica col dito, ti accompagnano durante l’avvicinamento tra passo Mimoias e passo Oberenghe. Questo è il momento in cui le guide CAI, quelle sane, vecchie guide bianche dalla copertina rigida e un poco vellutata, rigorosamente non aggiornate, affermano che la salita, proseguendo “per agili ghiaie e facili roccette”, permette all’alpinista di raggiungere in poco tempo la vetta. Per una volta non mentono. Come direbbe Ambrosino padre, debitamente citato a proposito – parcé butalis vie, migo a cambîn.

Guadagnato il passo Oberenghe, dopo aver scollinato una decina di metri verso Sappada imbocchiamo a sinistra il sentiero – il bivio non è segnalato, ma la traccia è bollinata – che ci porta verso il massiccio della Terza Grande. La traccia si inerpica subito tra i mughi e, con passo da bovaro, guadagna un canale che risale diagonalmente, da sinistra a destra, la spalla della montagna. La salita non è difficile né particolarmente esposta, continuiamo a chiacchierare e ad ammirare il panorama che si apre, sempre diverso, dietro ogni torrione, mentre maciniamo rapidamente dislivello. La roccia su cui ci muoviamo pare quasi lunare. Bianca, mobile, tagliente, giovane, le cenge si alternano a passaggi più protetti, alla traccia del sentiero la viva roccia. Un passaggio di primo grado in camino – reso più agevole, potenzialmente, da una corda fissa di cui noi non ci siamo fidati, ma che abbiamo scoperto essere ancorata molto bene – ci permette di arrivare alla cima. Totale: tre ore e mezza di percorrenza, milletrecento metri di dislivello positivo circa.

Autoscatto in salita
Uno dei passaggi in salita

La Terza Grande è la cima più alta del gruppo, duemilacinquecento ottanta e rotti metri, il che ci regala un panorama di rara bellezza. Malediciamo la giornata troppo calda e la foschia. Attorno a noi si stagliano le cime del gruppo delle Pesarine, le altre due Terze, le Creste di Mimoias, il Clap Grant, la lontana Torre Sappada, ma più lontano si intravede, nella caligine della giornata afosa, la cima tozza del Peralba, le guglie del Chiadenis, la lunga cresta verde del confine che culmina sulla croda del Palombino, e poi le dolomiti d’oltre Piave, quelle che ad Ale sembravano così lontane. Le nuvole in parte ce le nascondono, ma si intuisce che là sotto si celano le Tre Cime, i Cadini di Misurina, le Marmarole, la piramide dell’Antelao.

Dalla cima verso sud: la Creta di Mimoias
Dalla cima verso la Terza Media. Sullo Sfondo San Pietro di Cadore. A sinistra si intravede il passo di Monte Croce Comelico
Il passaggio con cavo agilmente superato

Il tempo di una pesca, qualche foto e ancora qualche chiacchiera e scendiamo. La corda fissa di prima si rivela provvidenziale nel superare con rapidità il camino, in men che non si dica siamo già ad Oberenghe e iniziamo a scendere verso Casera Mimoias. Qui il sentiero, come all’andata, si perde: quest’inverno è stato mangiato in parte dal rio cui si accompagnava. Nondimeno, non ci impedisce di seguirlo alla buona e di arrivare di nuovo alla Casera e al bosco. 

Scendendo, il groppo in gola per gli schianti ci riafferra. Questi boschi sono stati cambiati per sempre dalla tempesta e la montagna, questo territorio così austero e così fragile, ci ricorda visceralmente cosa sia quel cambiamento climatico che segna il nostro tempo. Forse in città non si percepisce così vividamente, ma in questi boschi che sono casa il problema ci tocca direttamente, senza filtri. Lo leggiamo nel paesaggio, non sui giornali.

 Avvicinandoci a Pian di Casa e al paese cambiamo argomento e racconto ad Ale della storia degli orologi di Pesariis, di quando la cifra dello sviluppo della montagna stava nell’industria, nell’ingegno della meccanica più che nel turismo degli impianti di risalita, in brevetti geniali come l’orologio a palette e non nelle piste da sci innevate artificialmente. A Pesariis prima e poi a Udine i Solari hanno prodotto gli orologi e i tabelloni di tutte le stazioni italiane, nonché di molti aeroporti, resistendo pure alla transizione al digitale e alla concorrenza dei giapponesi, segnando il futuro di questo piccolo paese, dove la fabbrica resta aperta. Tra piani di sviluppo e riflessioni su cosa significhi davvero rappresentare un territorio e quindi poter amministrare e governare il suo cambiamento, giungiamo alla macchina.

Una birra al bar per ritemprare i sali minerali è d’obbligo. Il salame e formaggio è un plus.

Un saluto dalla vetta!

0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Facebook
Instagram