Sedia: un semplice oggetto.
Catreca: espressione che suscita ilarità.
Cjadree: parola che ti fa sentire a casa.
Caregon: incute rispetto.

Durante la salita all’Antelao abbiamo più volte osservato con ammirazione la strana forma sommitale del Pelmo, o, come viene definito dai locals , “il caregon del Padreterno”, sbucare imponente e autoritario sopra le nubi che coprivano quasi tutte le altre cime. La massiccia e repulsiva muraglia ci attirava: il seme della curiosità per una nuova avventura in terra dolomitica era stato piantato.

Partiamo dunque venerdì sera dopo lavoro verso la Val di Zoldo e, dopo una pausa per la cena a Longarone, arriviamo verso le 22 al piccolo paese di Coi di Zoldo. La luna quasi piena illumina le grandiose pareti del Pelmo e del Civetta che risaltano nel terso cielo stellato. Piantiamo la tenda in un prato pianeggiante e con molta difficoltà riusciamo a staccare gli occhi dalle verticali pareti est del Civetta e a infilarci nei sacchi a pelo elettrizzati per la giornata che ci aspetta. La notte passa tranquilla fino alle 4 del mattino quando inesorabile il suono della sveglia cerca di riattivare muscoli e cervello. Rapida colazione, lasciamo la tenda in macchina e iniziamo l’avvicinamento nella pace dei boschi e alpeggi avvolti dalle tenebre.

La strada sale ripida nell’oscurità totale. Siamo svegli ed eccitati, ma camminare al buio rende l’atmosfera tranquilla e porta la mente in uno stato di meditazione interrotta solamente dai pochi bivii in cui bisogna ridestarsi per imboccare la giusta direzione.

Arriviamo ai prati, coperti a macchie da alti pini mughi, in vista del canalone detritico che separa il massiccio del Pelmo dalla punta del Pelmetto: bisogna ora individuare la debole traccia che permette di superare la muraglia vegetale. Al buio non è facile orientarsi: finisco infatti  con i piedi nell’acqua di un ruscello!

Dopo pochi minuti di ricerca individuiamo una linea, schivando la vegetazione e i piccoli torrentelli che scorrono qua e là, risaliamo fino a che la roccia e i detriti vincono del tutto la lotta con la flora lasciando crescere solamente qualche ciuffo d’erba.

Il terreno infido richiederebbe attenzione, ma il nostro sguardo non vuole assolutamente restare fisso sui piedi; il sole sta pian piano salendo dando colore alle pareti, mostrando le sagome appuntite dei torrioni dolomitici che ci circondano.

La salita si fa ora più impegnativa richiedendo senso dell’orientamento e improvvisazione per superare dei salti rocciosi tra le ghiaie che ci fanno aggirare verso destra la parete che blocca l’acceso diretto al canale. Arrampicando senza una direzione precisa risaliamo fino ad un’esile cengia che, dandoci un piccolo assaggio di quello che ci aspetterà, ci riporta nell’intaglio tra le due montagne.

Guardando la sella tra Pelmo e Pelmetto 500 m più in alto capiamo subito che questa sarà una delle parti più faticose del giro. Pareti rocciose sbucano qua e là tra le ghiaie mobili del canale che si stringe sempre più.

La linea di salita non è definita; alcuni ometti sparsi non danno nessun indizio utile su quale sia la strada migliore per avanzare. Zigzagando risaliamo franosi metri di ghiaia e ci arrampichiamo a intuito sulle più verticali pareti rocciose.

Quasi alla fine del canalone, poco sotto l’intaglio tra le due montagne, un tratto pianeggiante e alcuni ometti ci confermano che finalmente ci siamo: da qui parte la cengia di Grohmann.

Sfamati con un po’ di cioccolato iniziamo a muoverci sulle ghiaie che da lontano non sembrano permettere alcun passaggio. Dopo pochi metri l’esposizione aumenta e la cengia si restringe sempre più donandoci quel senso di avventura che solo la montagna può regalare.

La progressione non risulta comunque in alcun modo difficoltosa o pericolosa. Lo spazio su cui appoggiare i piedi è sempre comodo, le ghiaie sono stabili e lo strapiombo è spesso abbastanza lontano da non impensierirci.

Arrivati al primo spigolo lo stomaco ha il primo vero sussulto della giornata: si aggira la parete a pochi centimetri da un baratro di centinaia di metri! Le difficoltà tecniche sono molto basse, ma l’esposizione e l’ambiente incredibile rendono tutto molto emozionante.

Continuiamo a costeggiare immense pareti gialle e nere coperti da enormi tetti di dolomia camminando su ghiaioni sospesi sulla valle sottostante. Le nuvole cominciano intanto a scaldarsi al sole e a giocare con la base delle pareti mentre pian piano risalgono verso l’alto.

Si può procedere spediti sul sentiero sempre comodo (a dispetto di quanto mostrano le foto) spinti dall’entusiasmo di scoprire la montagna nascosta dagli spigoli che occludono la vista. Continuiamo a voltare la testa indietro stupendoci dei tratti appena percorsi. Sembra impossibile, ma si passava senza difficoltà.

La cengia aggira il lato sud della montagna fino a ricollegarsi ai ghiaioni della via normale. La cima è ancora molto lontana e il sentiero che sale ripido tra la ghiaia non infonde coraggio. I primi passi in salita sono durissimi. Partiamo con troppa foga, i sassi si spostano, non sostengono il peso e la quota si fa sentire. Rallentiamo il passo. Con ritmo cadenzato e costante iniziamo a guadagnare quota verso il plateau roccioso sommitale.

Superati dei muretti rocciosi arriviamo nella grande conca a poca centinaia di metri dalla cima. Il paesaggio è reso surreale dai grandi blocchi squadrati distribuiti tra la dolomia gialla e la coltre di neve candida.

Si vede la croce sopra di noi, l’aria sottile non permette scatti troppo aggressivi e la neve entra nelle scarpe. Nonostante tutto il fiato resiste, le gambe continuano a spingere e la neve morbida non crea troppi impicci nella progressione.

Arriviamo sul filo di cresta ai margini della grande conca dove si risalgono paretine rocciose che permettono di guadagnare dislivello in poco tempo. Sporgendosi dal bordo lo stomaco si chiude: centinaia di metri di vuoto protetti da colossali pareti scendono verticali fino al fondovalle.

Il canalone e la cengia che abbiamo percorso in salita sono a pochi metri di distanza in orizzontale, ma parecchio più in basso! Superiamo l’ultima difficoltà, un “ribaltino” su una paretina strapiombante e ci ritroviamo a pochi passi dalla vetta.

La vista lascia senza fiato! La bellezza della Tofana di Rozes, l’imponenza dell’Antelao con le sue lastre, le assolate rocce del Civetta, gli appuntiti profili delle Dolomiti friulane e lontano verso est 3 cime sbucano dal mare di nebbia: Canin, Montasio e Triglav: che prospettiva insolita!. Scattiamo foto e mangiamo con tutta calma godendoci per un’ora intera il privilegio della posizione.

Quando finalmente decidiamo di scendere, una signora appena arrivata in vetta ci chiede se può unirsi a noi per il ritorno. Accettiamo e ci incammiamo chiacchierando sul percorso di salita. 

Ridiscesi nella conca e poi nei ghiaioni continuiamo ora (sempre su ghiaie!) lungo la via normale. Dopo un tratto che sembra eterno su terreno instabile arriviamo ad un pulpito sospeso nel vuoto da cui, molto più in basso, si scorge uno stretto camminamento incassato nella parete: la cengia di Ball.

Ancora pochi salti rocciosi, ancora ghiaia e arriviamo all’attacco della cengia che ci sfida subito con il famoso “passo del gatto”. Nella realtà le difficoltà sono minime e senza problemi ci immergiamo di nuovo nel cuore della montagna grazie a questo percorso incastonato nel vuoto. La cengia di Ball è molto più difficile tecnicamente della Grohmann, ma le corde fisse nei pochi punti impegnativi riducono di molto gli ostacoli.

Dalla cengia si nota molto più in basso il rifugio Venezia che fa crescere la sete grazie alla promessa di un birra ghiacciata. Procediamo abbastanza lentamente, ma senza pause, prestando attenzione alla via da seguire finchè non arriviamo dove terminano le pareti e poi, scendendo sempre più, fino al rifugio.

Dopo esserci reidratati ed aver riposato un attimo salutiamo la nostra amica e imbocchiamo correndo il sentiero che, circumnavigando di nuovo il Pelmo, ci riporterà alla macchina.

La mente sgombra e rilassata ci fa godere questo dolce sentiero tra pascoli alpini e boschi di larice. Senza troppa fatica ritroviamo quindi il luogo dell’accampamento della sera prima e poco distante il parcheggio.

Non aspettiamo neanche di salire in auto per iniziare a discutere su quale delle cime viste oggi salire la prssima volta.

Dolomitici aspettateci perchè torneremo!!


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