È pomeriggio e stiamo risalendo la Val Cimoliana superando tratti danneggiati, buche e rigagnoli. I danni causati da Vaia sono ancora visibili sulla strada che costeggia il torrente. Fortunatamente il percorso è ancora agibile e così, fissando le imponenti pareti che occludono la vista, arriviamo al parcheggio da cui parte il sentiero 389.

Le previsioni meteo non promettono molto bene, ma partiamo comunque eccitati e carichi come muli per affrontare i 900 metri di dislivello che ci separano dalla meta della giornata: Casera Laghet de Sora.

L’aria umida, gli zaini pesanti e il sentiero da poco ripulito dai moltissimi alberi crollati sotto la forza del vento e dell’acqua, ci costringono a sudare e a conquistare pian piano le ripide salite.

I preparativi
Si parte
Verso la casera

Arriviamo sotto un cielo che da grigio sta diventando sempre più nero. Esplorato un poco la zona alla ricerca di una fonte d’acqua e sistemati gli zaini e i sacchi a pelo è giunta l’ora di cenare.

Mentre riprendiamo le forze e affiniamo l’organizzazione per la salita del giorno dopo, iniziamo a vedere i primi bagliori dei lampi che illuminano l’intero circo roccioso. I boati dei tuoni non si sentono. La lunga muraglia della Cima dei Preti ha bloccato e ammassato le nuvole provenienti da Ovest, proteggendoci così per buona parte dalla forza del temporale.

Ascoltando le raffiche e gli acquazzoni a intermittenza ci rilassiamo facendo in modo che l’ansia lasci spazio alla calma interiore per farci addormentare nel nostro rifugio.

Casera Laghet de Sora
La vista dalla casera

La sveglia suona alle 5. Mi alzo intorpidito e guardo fuori: buio pesto e pioggia. Senza nessuna discussione mi avvolgo di nuovo nel calore del sacco a pelo.

Passata un’ora è arrivato il momento di muoversi. Il sole non è ancora sorto, ma noi siamo già in cammino verso la parte settentrionale della lunga cresta che ci sovrasta. Superati alcuni ripidi prati e canaloni notiamo l’evidente foro che segna l’attacco della Via dei Triestini. 

Superiamo la prima paretina di facile arrampicata e siamo subito in cresta: si sente già l’esposizione! 

Procediamo concentrati alzando ogni tanto gli occhi dagli appigli per guardare il panorama: il sole sta pian piano illuminando le immense pareti rossastre delle più famose Dolomiti che ci sembra quasi di poter toccare.

Il foro dell'attacco
Le prime cenge a Ovest
La cresta
Nici in salita su un canalino
Tratti di divertente arrampicata

Procediamo lungo il filo di cresta sempre slegati non trovando grosse difficoltà. 

Oltre a macinare chilometri verso sud anche il dislivello aumenta molto per tutti i vari saliscendi obbligati dalle varie cime che conquistiamo nella nostra traversta.

La roccia nelle parti di arrampicata si presenta quasi sempre molto buona e discretamente appigliata, mentre nei tratti di discesa la concentrazione deve aumentare a causa dei sassi mobili che rendono più insicura la fase di disarrampicata e che ci obbligano anche ad effettuare una calata in corda doppia nel tratto più insicuro. 

Un continuo saliscendi tra due baratri
Il Duranno visto dalla cresta

Ridisceso l’ennesimo canalino ci troviamo di fronte ad una bellissima vela di roccia compatta che si staglia nel cielo come una pinna di squalo: è ora di legarsi. Creata una sosta iniziamo a salire prima sulla bianca placca e poi sulla cresta. Alternando tratti di arrampicata più sostenuta a tratti in cui procediamo in conserva arriviamo al passaggio più impegnativo della via.

Ci assicuriamo ai piedi di una liscia rampa chiusa da un tetto nella parte alta. Ci fermiamo un attimo per riprendere la concentrazione e attacco per primo la placca. Arrivato al tetto la roccia non sembra essere così affidabile e delicatamente tasto le fessure e le prese che sembrano dare più sicurezza avanzando verso l’uscita. Quasi alla fine del traverso guardo attraverso le gambe e vedo la corda scendere nel vuoto a perpendicolo verso la sosta: lo stomaco ha un sussulto, ma ormai il tiro è finito.

Con l’adrenalina che fa a gara con la stanchezza procediamo spediti alla vista del punto più alto della lunghissima cresta: la Cima dei Preti.

Una pinna di squalo che taglia in due l'orizzonte

Conquistiamo finalmente il punto più alto del nostro percorso dove possiamo sederci e riposare. Il sole splende e la visibilità è ottima: la vista può viaggiare dai vicini Monfalconi, Marmarole, Splati di Toro fino alle Giulie a Est mentre a Ovest i massicci del Pelmo, Antelao, Cristallo e delle altre Dolomiti si fanno guardare in tutti i particolari.

Dopo aver mangiato ed esserci goduti lo spettacolo del panorama, bisogna concentrarsi nuovamente per affrontare la lunga discesa che ci riporterà alla casera.

Foto di rito
Riuscite a vedere il Campanile di Val Montanaia?
Il Duranno

Continuiamo a seguire la cresta perdendo sempre più quota seguendo alcuni bolli e scegliendo ad intuito il percorso più agevole. La discesa richiede comunque impegno e sicurezza nel passo procedendo sempre in forte esposizione e dovendo spesso utilizzare anche le mani.

La parete è lunga e ripida, la fatica e la sete iniziano a farsi sentire; bisogna procedere concentrati.

La discesa sotto la cima
Si perde quota rapidamente
Un canalino in discesa

Dopo alcuni tratti di improvvisazione, alcuni bolli sparsi ci danno la conferma della direzione finchè non arriviamo alla base delle pareti. Attraversiamo uno scivoloso nevaio e iniziamo la risalita verso la casera.

Le cosce si contraggono guadagnando quota lungo il sentiero che punta dritto alla muraglia rocciosa. La stanchezza e la voglia di poter terminare il giro nel più breve tempo possibile ci fanno perdere il sentiero. Ci avventuriamo quindi tra arrampicate e ravani puntando direttamente in direzione della nostra meta. La testa che aveva ormai iniziato a rilassarsi viene nuovamente risvegliata dai passaggi di arrampicata che ci si parano inaspettatamente di fronte. 

Sempre più sfiniti riusciamo ad uscire dalle difficoltà e affrontato un lunghissimo e ripidissimo canalone ci ritroviamo finalmente sotto al foro incontarto al mattino.

Ormai è fatta! Spegniamo il cervello e lasciamo andare le gambe sul sentiero affrontato al buio molte ore prima.

Non c'è una via obbligata, l'importante è scendere
Il nevaio
Bisogna risalire!

In poco tempo siamo alla casera. Recuperiamo due birre avanzate dalla sera prima e ci sdraiamo al sole. Sfiniti e felici finalmente si può chiacchierare rilassati. 

Meteo perfetto, salita faticosa, aerea e di soddisfazione: non possiamo far altro che sorridere ammirando i torrioni di fronte a noi, soddisfatti nell’essere finalmente riusciti a completare un progetto ambito da molto tempo.

Pulito la casera e ricaricati gli zaini pesanti non ci resta che ringraziare queste rocce aspettando il momento in cui ci torneremo.

Distanza Dislivello Tempi
11,08 km
1430 m
9h 06m

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