PROLOGO

Sabato sera. Mezzanotte passata. Voglio dormire, ma il cellulare continua a vibrare.

“Andiamo sulle Giulie dai”; “No! mettono pericolo valanghe”

“Proviamo ad andare sul Chiavals facendo tutto il giro della val Aupa allora…”; “Mi sa che la strada non è pulita…non arriveremmo neanche al parcheggio…”

“Io propongo la cresta del Volaia!”; “Mi sa che c’è troppa neve lassù…” 

“Aspetta aspetta che mi viene in mente un’articolo che avevo letto su un blog!”

La domenica mattina comincia con un bella giornata fredda e soleggiata. Siamo in direzione della Carnia per provare qualcosa di nuovo: questa volta sicuramente non perderemo il sentiero…perché non ne seguiremo nessuno!

L’ obbiettivo è arrivare in cima al Monte Verzegnis seguendo integralmente il costone sud-ovest (Costa Scala), senza passare su nessun sentiero, ma solamente camminando sul filo di cresta dal punto in cui questa inizia fino alla sua terminazione in vetta.

Passando per Sella Chianzutan scendiamo a Pozzis e poi fino all’inizio della val d’Arzino dove parcheggiamo l’auto. La mattinata è fresca, ma più in alto il sole sta già scaldando le pendici della montagna .

Ultimati i preparativi della partenza puntiamo subito al largo costone boscoso che sale ripido davanti a noi e iniziamo ad inerpicarci per il percorso che più ci aggrada.

Risaliamo qualche centinaio di metri di dislivello con pendenza costante attraverso una faggeta immersi nella luce di un bel sole invernale finché incontriamo la prima neve.

Gli alberi sono carichi di accumuli ghiacciati che sciogliendosi al sole creano un atmosfera tranquilla e rilassante.

Dopo alcuni lievi saliscendi incontriamo le prime difficoltà del percorso: una bancata rocciosa ci chiude la vista. La superiamo grazie ad un canalino tra rocce, neve e foglie con un po’ di destrezza e attenzione.

Oltrepassato il tratto ripido riusciamo a vedere quasi interamente la cresta fino alla cima.

Ancora alcuni metri di dislivello nel bosco e finalmente usciamo sulla linea di cresta dove il vento ha spinto gli alberi a crescere solamente nel lato più riparato. 

Il sole continua a splendere, l’aria è tersa e il vento è quasi inesistente; appena togliamo lo zaino per una pausa ci accorgiamo che la schiena è già completamente sudata.

La vetta è sempre più evidente, anche se la strada risulterà ancora molto lunga. Continuiamo a salire.

Continuiamo a guadagnare quota lungo la cresta che inizia a farsi sempre più sottile e  ripida.

Salendo nella neve fradicia, sciolta dal sole, iniziamo a osservare con attenzione lo zoccolo roccioso che protegge la cima cercando di individuare le linee di maggior debolezza della parete che ci permettano di arrivare in vetta correndo il minor pericolo e con il minimo sforzo; la montagna non sembra però concederci una salita banale. 

Pausa, fuori le picche, briefing per concordare una linea di salita che eviti i muri verticali e via all’attacco.

La neve è una melma bagnata che non offre nessun sostegno o aiuto, ma copre solamente i possibili appigli e appoggi. Con estrema attenzione iniziamo quindi ad arrampicare, a tratti usando le mani sulle rocce affioranti, a tratti conficcando la piccozza nella poca neve presente o nella terra all’interno delle zolle erbose. 

La sensazione di precarietà ci accompagna e si intensifica man mano che saliamo. Il terreno è sempre infido e la via di salita stabilita da sotto perde chiarezza una volta immersi nelle rocce verticali.

La ritirata non è più possibile, un’altra via di discesa non è certa.

Giunti ad un terrazzino ci concediamo un paio di minuti di pausa per dei profondi respiri che ci fanno riprendere lucidità.  Decidiamo di calzare i ramponi anche se la neve è poca. 

I ramponi mordono bene anche il terreno non innevato e questo ci da sicurezza e fiducia. Ancora un paio di metri di massimo impegno e poi le difficoltà iniziano gradualmente a diminuire.

La preoccupazione non si è però ancora esaurita: dobbiamo individuare una linea di discesa. Mentre saliamo guardiamo a destra e a sinistra cercando i lati meno ripidi, ma siamo circondati da pareti verticali.

Giunti in cima la tensione cala quando notiamo che il lato Ovest del Verzegnis presenta due creste non troppo ripide e senza salti rocciosi che ci garantiscono una via di discesa. Possiamo rilassarci.

La vista dalla vetta è incredibile. L’aria è così tersa che lo sguardo può vagare dalle Alpi Giulie in Slovenia alle Dolomiti facendo sembrare ogni cima, salita o solo sognata, ad un passo.

Finiamo il poco cibo rimasto nella calma lontani dalla civiltà e fatti coraggio iniziamo la discesa consci del fatto che le difficoltà non sono ancora finite

Iniziata la cresta notiamo sulla neve delle tracce di scarponi che seguiamo per individuare più facilmente la via meno ardua.

Il primo tratto con pendenza sostenuta non ci crea problemi e continuiamo a seguire la dorsale valutando varie ipotesi su come ritornare alla macchina soppesando difficoltà e lunghezza dei vari percorsi.

Se continuassimo a seguire la cresta dovremmo scendere fino a Casera Val e poi lungo il sentiero che porta a Sella Chianzutan: da li poi ci sarebbe un lunghissimo tratto di strada per ritornare alla macchina. L’idea non ci entusiasma e quindi individuiamo un canalino innevato che scende dalla parte opposta fino a dei prati e poi ad un boschetto che, visti dall’alto, sembrano avere una pendenza non proibitiva. In fondo c’è poi una strada che ci riporterebbe nella giusta direzione.

Scendiamo dunque per una prima parte di neve profonda che rende sicura e molto divertente la progressione.

La neve nel canale ci fa scendere rapidi e ci permette di oltrepassare anche un paio di passaggi più pendenti. Molto più in basso vediamo la strada; il percorso per raggiungerla risulterà eterno!

Il prato leggermente imbiancato non ci permette di rilassarci e la fatica inizia a farsi sentire. Dobbiamo sempre prestare attenzione a non scivolare e bisogna continuamente osservare il terreno per decidere la migliore via di discesa e per non ritrovarsi sul bordo di qualche precipizio.

Superati i prati e arrivati al boschetto le cose non migliorano: la pendenza del terreno è sempre alta e le ramaglie rendono snervante la progressione.

Finalmente raggiungiamo stremati la strada e iniziamo a seguirla in direzione del punto di partenza.

Il giro non è però ancora concluso; la strada è ancora lunga.

Ci ricolleghiamo alla cresta grazie alla carrareccia e iniziamo la discesa nel bosco. Per evitare la bancata rocciosa incontrata in salita decidiamo di spostarci verso destra cercando di aggirare le difficoltà. La scelta non si rivelerà vincente: le asperità continuano. Il terreno infido non aiuta la progressione e il bosco molto ripido e pieno di salti rocciosi ci costringe a zigzagare cercando i tratti più facilmente superabili.

Dopo un’altro tratto abbastanza impegnativo ci colleghiamo finalmente ad una strada asfaltata che ci permette finalmente di rilassare il cervello. Ci incamminiamo così per le ultime centinaia di metri fino alla macchina.

Al rientro le sorprese non sono però finite: una luna maestosa che troneggia sopra l’Amariana illuminata dalla luce del tramonto ci fa restare senza parole. Una perfetta conclusione di un’altra avventura.

Distanza Dislivello Tempi
9,75 km
1163 m
3h 28m

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