“Sembra la schiena di un brontosauro!” sono solito pensare quando osservo la cresta che porta da Alesso al monte Piciat. Le linee morbide che disegnano il suo bordo stonano con le ripide striature che le solcano il corpo. Sembra selvaggia, un po’ ostica e di certo non frequentatissima. Proprio per questo, fin dalle prime avventure lungo i torrenti della destra Tagliamento, mi ero riproposto di camminarci sopra, prima o poi. 

Ecco che finalmente, dopo non pochi anni di attesa, sembra essere il weekend giusto: Nici e Mauro sono entrambi liberi, evento molto raro. Secondo le nostre previsioni, il giro ad anello che partendo da Cesclans ci porterà in cima al Piciat e ci farà rientrare per i boschi a nord, non ci occuperà più di mezza giornata. Se ci conoscete, avete già capito che alla fine andrà tutto diversamente.

Mauro passa a recuperarci e, come sempre, in macchina  cominciamo mille discorsi: dobbiamo trovare delle date per la seconda puntata delle Giupet Adventures, dobbiamo decidere quando presentare la nostra realtà al Tulin, ci sono delle belle prospettive di collaborazione con il Cai Gemona e con la consulta giovani del Parco Prealpi Giulie, e poi chiaramente “avete sentito questa canzone?”, “ho pensato ad un giro figo” e “dobbiamo anche parlare di (idea strampalata/progetto irrealizzabile/cosa rimandata da troppo tempo)”. Insomma, in mezz’ora di macchina abbiamo riempito le agende e i cervelli per il prossimo mese.

 Dopo aver testato l’efficienza delle sospensioni della povera Polo sulla strada forestale che prosegue oltre la falesia di Cavazzo, parcheggiamo in una piccola ansa della strada e ci mettiamo in marcia. Giusto il tempo di scaldare le gambe e deviamo verso nord, puntando alla parte iniziale della cresta. Seguiamo la traccia per ben 10 metri, poi decidiamo di abbandonarla in favore di una linea più diretta e verticale. Cominciamo a lottare con rami e foglie bagnate, ma siamo proprio contenti di giocare nel bosco tutti e tre come una volta.

La partenza nel boschetto ripido

Arriviamo brevemente in cresta, con le cosce belle calde. La visibilità non è di certo ottimale, perché la nebbia a sud offusca tutte le montagne di casa e il Tagliamento, ma nonostante ciò riusciamo a capire che il percorso sarà di certo divertente. La traccia sembra estendersi su un terreno misto e non scontato, alternando tratti boschivi a passaggi su roccia a volte esposti. Ci gasiamo un po’ pensando a cosa ci aspetta e rimettiamo i piedi uno davanti all’altro, con un buon ritmo. 

Come al solito, più si sta in natura e più il corpo prende il sopravvento. Corriamo, arrampichiamo, facciamo slalom tra gli alberi e cadiamo spesso per terra scivolando sulle foglie umide. Non ci interessa chi è primo, chi ha meno fiatone degli altri, chi è più in forma. Ci muoviamo quasi come se stessimo ballando a ritmo del terreno. Ho un attimo di introspezione e gratitudine. Realizzo che sono con due amici, su una montagna che ho sempre desiderato scalare, e mi sto esprimendo liberamente. Le parole, i pensieri e il mio corpo hanno riacquisito in poco tempo quella forma magmatica che spesso si tende a cristallizzare e dividere con un velleitario tentativo di controllo. A volte guardo davanti, altre dietro, Mauro e Nici stanno improvvisando sulla cresta come me, e sono davvero felice di realizzare che stiamo sentendo tutti la stessa musica silenziosa.

Io su un piccolo sperone
Mauro e Nici osservano la parete sud del Monte Piciat
La cresta appena percorsa

Tra un prato pendente affrontato di corsa facendo il rumore del motorino (sì, come si faceva alle medie) e un passaggio esposto che ovviamente decidiamo di non aggirare, ci ritroviamo in cima al monte Piciat, un po’ affannati per l’ultimo strappo verticale, ma con il sorriso stampato in faccia. Un po’ di tè caldo, un quadretto di cioccolata, le gambe stese sull’erba e la testa appoggiata allo zaino. Che chill! Sinceramente ci chiediamo con quale forza ci rialzeremo, visto il benessere che la montagna ci sta regalando. Io e Mauro ci rendiamo conto che il tempo scorre, e ci giriamo verso Nici con l’idea di ripartire. Lui fa una pernacchia e capiamo che in realtà non è un crimine godersi un altro quarto d’ora di sole a 1600 metri. 

La vista a nord, con l'Amariana al centro
La vista a ovest
La vista a est

Ormai è un rito: “dai, nomi delle montagne”. Come una volta sapevamo riconoscere tutti i Pokémon, adesso sappiamo riconoscere (quasi) tutte le montagne della regione. Grazie al fatto che la vista a ovest è sgombra dalla nebbia, vediamo moltissime cime: le Caserine Alte, il Raut, il Peralba, e poi più a est il Canin e la nostra amata Alta Via CAI sulla catena del monte Cjampon. Cerchiamo di aiutarci a completare l’ardua prova, saltando oltre confine e cercando di orientarci da una cima che non avevamo mai calpestato prima. Quando sono lassù, in montagna, penso sempre a quanto è più facile capire la geografia di un luogo guardandolo dall’alto, magari più volte e da più angolazioni. Un binocolo aiuta, e sia Nici che io abbiamo portato i nostri, quindi per qualche minuto ci divertiamo a colmare le distanze con uno sguardo. Prima di ripartire, però, insisto per mettere in immagine quello che provo quando mi muovo in natura. Il risultato è una foto che mi piace tantissimo, e che credo renda comprensibile la gioia, la sfida, la trasversalità, l’abbattimento dei confini e la giocosità fanciullesca che accomuna tutti coloro che si sentono un giupet.

Cresta del Piciat
Giupet attitude

Riprendiamo la linea di cresta e lasciamo il Piciat alle nostre spalle. La discesa risulta impegnativa perché il terreno è scivoloso e non ci permette di abbassare la guardia. Svolgiamo diversi test di impatto con i nostri glutei, e confermiamo quello che tutti sanno: il terreno è duro. Per fortuna la vegetazione ci offre degli appigli che ci danno sicurezza e ci permettono di continuare la nostra discesa, non senza risate e imprecazioni. A un certo punto Mauro decide di dare un’occhiata alla mappa: abbiamo superato la traccia che ci riporta alla strada forestale lungo cui abbiamo parcheggiato la macchina, quindi ci tocca tornare indietro. Le nostre cosce, come le sirene dal canto tentatore, emettono suoni ammalianti che ci invitano a fermarci e sederci al sole. Noi però come ogni Ulisse montano che si rispetti, non le assecondiamo, pur avendole sentite, e affrontiamo a ritroso il tratto di discesa tecnica appena affrontato. Dopo qualche centinaio di metri troviamo la traccia che scende sul versante nord della montagna.

Seguiamo la flebile traccia che per fortuna è ben segnata con pennellate blu su alberi e sassi, cercando di non scivolare vista l’inclinazione del percorso che poco si scosta da quella del bosco. Alla mia lamentela “dai ma questo non è un sentiero, è solo un tentativo di diminuire la naturale pendenza del terreno!”, Nici risponde: “e cos’è un sentiero, se non questo?”. C’è poco da aggiungere, mugugno sconfitto e proseguo la mia camminata. Fluiamo a ritmo continuo su una moquette rossiccia fino a quando, dopo altri test di impatto che ci confermano che il terreno è davvero duro (una teoria per dirsi scientifica dev’essere replicabile, e noi siamo molto metodici), arriviamo alla strada forestale, dove ci prendiamo qualche minuto di pausa per bere un sorso d’acqua.

La discesa sul ripido versante sud
Il tratto finale nel bosco

Chiudiamo il giro ad anello e ci rendiamo conto che sono le 4 passate. Ormai i nostri piani pomeridiani sono saltati, ma non è importante, questo giro ci ha stupiti e soddisfatti, e siamo felici. Rientrando a casa ci fermiamo a mangiare un toast e ridiamo di noi stessi: ci fanno male le gambe, abbiamo le mani sporche e siamo sudati. Quale migliore prova della bellezza di un giro in pieno stile giupet?


2 commenti

Chiara - Moruzzo (UD) · 12 Marzo 2020 alle 10:36 am

Che racconto avvincente! Mi sembra di aver fatto tutto il percorso insieme a voi!
e poi la foto di voi tre in cima è stupefacente!

    Nick · 16 Marzo 2020 alle 8:32 am

    Grazie mille Chiara, ci fa molto piacere!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *