Giorno 1

I compagni: Mauro e Alessandro (d’ora in poi chiamato Ambro).

La meta: dormire al bivacco Marussich e il giorno seguente percorrere un anello dal bivacco fino al Canin, Sella Prevala, Marussich e ritorno alla macchina.

Il punto di partenza è ancora un’incognita, le opzioni sono due: lasciare la macchina a Sella Nevea e salire al Rif. Gilberti in funivia oppure lasciare la macchina a Tamaroz e affrontare 1400m di salita fino al bivacco con un non indifferente peso sulle spalle.

Io e Mauro passiamo a prendere Ambro a Chiusaforte ancora indecisi sul da farsi, quest’ultimo spinge per intraprendere l’ardua salita (su consiglio di suo padre, montanaro della vecchia guardia) ma dopo diversi minuti di strada e ragionamenti riesco a far desistere i miei compagni e a optare per la salita in funivia. Ci avrebbe aspettato un giro decisamente lungo il giorno seguente e inoltre volevo godermi il pernottamento in bivacco.

Arriviamo in quattro e quattrotto al parcheggio dell’impianto di risalita del monte Canin, e altrettanto velocemente al rifugio Gilberti in Conca Prevala. Lo spettacolo è subito maestoso, erano anni che non venivo qui, la parete Nord del Canin si staglia imponente contro il cielo e nei dintorni si vedono già gli inconfondibili segni del carsismo nell’area, motivo che la rendono cosi affascinante ai miei occhi.

Finalmente è ora di camminare; saliamo in poco tempo i 300m di dislivello fino a Sella Bila Pec dove si trovano i resti di un ospedale militare e guardiamo i pochi km di sali e scendi che ci separano dal Bivacco Marussich e che percorriamo senza rendercene conto tra discorsi di arrampicata e aneddoti di Ambro.

Arriviamo al bivacco in poco più di un’ora dal rifugio e trascorriamo le successive ore divertendoci ad esplorare il Foran dal Mus che con i suoi campi solcati, inghitottitoi e grotte sembra un parco giochi per speleologi. Ci infiliamo nei vari passaggi e strettoie originate dalla dissoluzione dell’acqua sui calcari del massiccio e arrampichiamo in qualche bel camino. Attorno a noi vige il silenzio, rotto solamente da alcuni giovani stambecchi che giocano a prendersi a cornate.

La sera arriva velocemente e con lei anche una nebbia che ci avvolge rendendo tutto ancora più surreale e inquietante. Questo luogo è ricco di leggende, si narra ad esempio che il Foran dal Mus sia l’inferno e che i dannati vengano confinati in questo deserto di roccia, costretti a spaccare le pietre usando come piccone il naso e come pala la lingua.

Mentre ceniamo, Ambro ci racconta storie di guerra e di vita nella valle e infine giunge il tempo di coricarsi. Durante la notte veniamo svegliati di soprassalto dall’ingresso di un uomo nel bivacco, ma intontiti come siamo ci sembra quasi di averlo sognato.

Giorno 2

La sveglia, il mattino seguente, è abbastanza drammatica, un vento freddo ci investe non appena mettiamo il muso fuori dalla struttura. Salutiamo il nostro coinquilino arrivato durante la notte, che si rivela essere amico di un gruppo speleo che sta eseguendo l’esplorazione di una grotta sull’altopiano. Facciamo una colazione ben abbondante e iniziamo la giornata.

La prima mezzora di salita è molto pesante per tutti e tre, forse a causa di un cattivo sonno, ma all’attacco della ferrata dell’Alta Via Resiana siamo ben caldi e inizia il divertimento.

La ferrata si inerpica sulle cenge rocciose e sulle lame di calcare senza mai risultare eccessivamente esposta, la roccia è anch’essa buona e gli sfasciumi non destano troppo pensiero. Il sentiero regala incredibili scorci  sulla Val Resia a Sud e panoramiche sul massiccio del Montasio a Nord.  Passando per il Picco di Carnizza, raggiungiamo la cima del Monte Canin in circa 2h e ci fermiamo un poco per riprendere le energie e mangiare qualcosa. La vetta è piuttosto affollata, numerose sono le persone che salgono in vetta percorrendo la ferrata Julia oppure il sentiero che attraversa il lato sloveno del massiccio, questo però non ci impedisce di godere del panorama.

Riprendiamo ora la marcia in direzione del Monte Forato; il paesaggio è a dir poco spettacolare, l’altopiano si mostra come un groviera, ovunque si aprono buchi e voragini nella montagna con le morfologie carsiche che creano trame e scorci unici.

Dopo un’ora circa siamo finalmente di fronte al celebre foro che dà il nome al monte; si vede proprio che siamo di domenica: una lunga processione di persone sale e scende dal grande buco. Decidiamo lo stesso di raggiungere la grande finestra dalla quale poi scendiamo rapidi correndo lungo i ghiaioni fino agli impianti di risalita del complesso sciistico di Bovec.

A questo punto, tocca ammetterlo, optiamo per prendere la seggiovia per scendere i circa 500m di dislivello che ci portano a Sella Prevala dalla quale poi raggiungiamo il Rif. Gilberti con una corsa spaccaginocchia sulla pista da sci che ora si mostra come una lingua di ghiaia dura.

Al rifugio ci prendiamo una pausa per il pranzo e una meritata birra. Abbiamo bisogno di sali minerali, il giro è tutt’altro che finito. Dopo aver riposato un po’, riprendiamo il cammino fino a raggiungere nuovamente il bivacco Marussich dove, la mattina, abbiamo lasciato i carichi più pesanti come sacchi a pelo e alcune bottiglie d’acqua.

Ci rifocilliamo ancora e iniziamo quella che sarebbe stata un’interminabile discesa. Il sentiero che abbiamo scelto per tornare alla macchina è il CAI 645 fino a Casera Goriuda alta. La discesa non è mai complicata o pericolosa e gli ambienti che si attraversano sono incredibili, sopratutto le gigantesche docce carsiche che si incontrano lungo un versante e che formano le canne di un organo scolpito nella roccia. La fatica inizia a farsi sentire e dopo circa 1 ora e mezza arriviamo alla casera. Ambro è emozionatissimo, proprio in quel edificio suo nonno ha trascorso parte della sua vita, aiutando il proprio nella gestione della Casera e portando le capre a pascolare persino sul Foran dal Mus. Storie come questa mi fanno sempre riflettere su quanto sia cambiato il mondo e su quanto fosse una vita di fatica quella in montagna, vissuta da persone che non venivano abbattute neanche dalle più tremende avversità.

Le strade che si aprono davanti a noi, ora, sono due: il Troi dai Sacs (soprannome con cui era conosciuta la famiglia materna di Ambro: i Marcon ) e il Sentiero Sereno. Optiamo per quest’ultimo, sebbene classificato per escursionisti esperti, perché non prevede salita o fatica fisica ma “solo” una buona dose di concentrazione. È un lungo sentiero di costa che attraversa i ripidissimi versanti che terminano a strapiombo sulla Val Raccolana. Lungo il percorso incontriamo diversi cordini, cavi d’acciaio e scale per aiutarsi nella discesa. Alcuni di questi sono rotti o logori ma mi risulta che siano stati sostituiti e messi a nuovo a fine estate 2018.

Proseguiamo lungo il sentiero per un’altra buona ora e a questo punto anche le gambe iniziano a bruciare quando finalmente intravediamo Sella Nevea, la vicinanza alla macchina ci sprona ad aumentare il passo pregustando il pollo che mangeremo a Resiutta. Arriviamo al parcheggio della funivia Canin in pochi minuti, stanchi ma entusiasti per questa avventura in uno dei paesaggi carsici più famosi al mondo.

Personalmente mi sento di consigliare a tutti (scegliendo con criterio il percorso) un’escursione sul massiccio del monte Canin, è come fare un giro…… sulla Luna. 

Distanza Dislivello Tempi
18,4 km
1709 m
9h 09m

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