Sono le 4:30 del mattino e mi fiondo al ritrovo col mio compagno di cordata di oggi: Mauro. È molto presto e la temperatura è già abbastanza altina nonostante l’ora .Siamo entrambi assonnati ed eccitati per l’avventura che ci aspetta; in macchina parliamo del più e del meno mentre cerchiamo inutilmente un bar aperto per poter sorseggiare un buon caffè.

Cosi arriviamo in Val Saisera dove, appena imboccata la strada, ci troviamo davanti un gruppo di caprioli appostati in mezzo alla strada.

Parcheggiamo al Agriturismo Prati Otzinger e la prima cosa che salta all’occhio è il maestoso gruppo dello Jôf Fuart con l’immenso paretone Nord del Grande Nabois, entrambi tinti di rosso dalla luce del mattino. Con gli zaini carichi iniziamo a camminare con un buon passo attraverso prati e boschi.

Oggi mi sento abbastanza in forma; riesco infatti a tenere bene il passo di Mauro, almeno all’inizio. Senza neanche accorgercene arriviamo al Rifugio Pellarini in un’ora e diciassette minuti: una volata

L'alba sul Nabois
La splendida vista dalla conca del Pellarini
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Ci buttiamo subito sulla fontana lì vicino per reidratarci e facciamo una breve pausa per bere un caffè e mangiare qualcosa. Mentre facciamo un ripasso del percorso guardiamo con attenzione l’evidente linea della Gola Nord-Est che sarà la nostra via di discesa. Il clima è perfetto, una leggera brezza ci rinfresca mentre sorseggiamo il nostro caffè al cospetto delle imponenti pareti che ci sovrastano.

Alle 7:15 zaino in spalla e si riparte per Sella Nabois. Dopo pochi minuti inizio già a sentire la fatica e rallento il passo, procediamo per un tratto nel greto del torrente, fino a riprendere nuovamente il sentiero più in alto.

Sono le 8 e con la lingua fino alle ginocchia mi sono trascinato fino alla sella: la attraverso e quello che vedo è pura magia! Una bellissima vista sul gruppo del Montasio, aspre pareti verticali che s’innalzano verso il cielo.

Abbiamo già divorato 1100 metri di dislivello e l’attacco della via è ancora lontano, ci riposiamo un momento mentre mangiamo in velocità una barretta e beviamo un sorso d’acqua. Scendiamo quindi dal versante Ovest.

Verso sella Nabois
Inizia la discesa
Il sentiero Chersi poco dopo la sella Nabois

Ci mettiamo il casco e partiamo. Nel primo tratto in discesa del sentiero Chersi il nostro pensiero è stato, “il peggior sentiero CAI mai visto!”. Molto franoso ed esposto, procediamo su una cengia dove incontriamo ancora blocchi di neve che aggiriamo o attraversiamo da sotto.

Intanto guardiamo anche verso il Nabois seguendo con lo sguardo la Cengia dei Camosci, un’evidente linea quasi orizzontale che taglia quell’immensa parete, la quale diventerà senza dubbio una delle prossime uscite.

Scendiamo fin sotto la parete N-O dove ci troviamo di fronte un grosso nevaio appoggiato ad una vertiginosa parete nera. Al centro si alza l’omonima Gola, spettacolare, immensa, spaventosa, ma più la guardiamo e più vogliamo continuare la salita. Superato il nevaio ci accingiamo a salire uno spallone erboso da dove parte la nostra cengia, o almeno così crediamo.

Seguiamo la cengia passando sotto un nicchia molto bassa, piena di “natura”, con moltissime impronte di stambecchi e camosci. Procediamo oltrepassando qualche passaggio delicato, ma facilmente superabile, fino al termine della cengia dove ci aspettiamo esserci l’attacco. Guardando bene notiamo un piccolo diedro che procede verso l’alto: non siamo certi che la linea di salita sia quella corretta. Mauro sale qualche metro seguendo una  una fessura abbastanza larga: non sembra molto percorribile. Io cerco di  procedere sulla destra dove una paretina sembra avere piu appoggi per i piedi. Salendo mi blocco però su un tratto critico dove l’unica aternativa sarebbe attraversare un tratto leggermente strapiombante.

Entrambi indossiamo scarpe abbastanza morbide, motivo per cui, senza inventarci meraviglie, scendiamo di nuovo sulla cengia. Qualcosa non ci torna. Rileggiamo la recensione e… abbiamo sbagliato cengia, che perdita di tempo! A questo punto dobbiamo tornare allo spallone.

Tunnel!
All'attacco!
Il passo del gatto

A questo punto, con la guida in mano, procediamo sulle famosissime “facili roccette” fino a raggiungere un’altra cengia 50m piu in alto: questa volta è quella giusta. Percorrendo la cengia troviamo un chiodo che segna l’inizio di una via e consapevoli che non è la nostra procediamo dritti fino a raggiungere una cascata. Ci abbeveriamo come animali nel fiumiciattolo che prosegue verso l’oblio e cosa troviamo pochi passi più avanti davanti ai nostri piedi? Un colpo di cannone ancora intatto, probabilmente italiano vista la posizione dato che (piccola lezione di storia) durante la guerra il gruppo dello Jôf Fuart era in mano agli austriaci.

Bene, sono le 10:10 e abbiamo raggiunto l’attacco della via, un ultimo sguardo al Montasio e partiamo senza indugio, su delle bellissime paretine appoggiate. Decidiamo di non legarci: siamo abbastanza sicuri nonostante il terreno selvaggio ed esposto, consapevoli che una caduta vuol dire ritrovarsi a fondo valle. Siamo immersi in un panorama quasi lunare: pareti lisce appoggiate in ogni dove dentro una gola mostruosamente grande. 

Passiamo tra diedri, camini e placche, esercitando un’arrampicata semplice e divertente. Ogni tanto facciamo qualche sosta per rileggere la guida e non rischiare di sbagliare strada, finché ad un certo punto notiamo una linea orizzontale sulla sinistra, una cengia stretta e tortuosa che parte e svolta dietro la parete. Abbiamo trovato la Cengia degli Dei. “Ho letto una volta che gli antichi Germani usavano aprire varchi larghi lungo le creste selvose, dedicati agli dei, perchè questi vi potessero passare fulminei, senza impedimenti. A quelle strade degli dei penso sempre quando sono sulle cenge”. Questo ciò che scrive l’alpinista e poeta delle Alpi Giulie, Julius Kugy, e vedendo queste montagne dove lui ha aperto decine di vie nuove capisco perchè si sia innamorato di queste cime, di queste cenge, di queste pareti.

In salita a circa metà parete
Tra cenge...
...canali...
...e alte pareti

Ripartiamo subito, e continuiamo su quelle paretine che passano tra varie grotte ed evidenti nevai; sempre dritti, sempre piu in alto, godendo di passaggi articolati ma molto divertenti, che possono essere superati con facilità. Ancora qualche cengetta su ghiaia, da cui non possiamo evitare di far cadere mezza montagna di sassi (roba da far concorrenza a Nick, che sicuramente in quel momento ci stava pensando), finché arriviamo ad un tratto dove non sappiamo più se continuare a salire o provare a procedere verso il centro della gola. Mauro procede verso l’alto mentre io provo a buttare un occhio dietro l’angolo. Sembra più fattibile dalla mia parte, così lo chiamo e continuiamo sulla linea che porta ad un foro. Non sappiamo se è quello giusto, ma il telefono prende e allora guardiamo subito una recensione: è quello giusto!
Ci passiamo dentro con qualche movimento delicato e ci siamo, siamo in cresta. Saliamo su “facili roccette” incontrando numerosi ruderi risalenti alla grande guerra, muretti di pietra dopo i quali c’è solo un vuoto impressionante.

Possiamo riprendere fiato
Il foro della salvezza
Quasi in cresta

Ecco che si presenta davanti a noi la madonnina della cima, avvolta da un leggero strato di nubi. Siamo finalmente arrivati! Baciati dal sole facciamo la foto di rito, beviamo, mangiamo qualche barretta e della frutta secca. Ammiriamo il panorama intorno a noi, specie le creste del gruppo del Montasio e il bellissimo bivacco Luca Vuerich. Purtroppo c’è un po’ di foschia ma è sempre uno spettacolo incredibile; nuvole da sud che si impennano lungo la cresta senza superarla ci fanno arrivare un po’ d’aria fresca. Con calma scriviamo sul libro di vetta, che mi sono dimenticato di firmare, e iniziamo la discesa. Siamo solo a metà del viaggio, è proprio adesso che la stanchezza si fa sentire, e dobbiamo prestare piu attenzione.

Ultime placche prime della cresta finale
Verso la cima
Soddisfatti in cima allo Jof Fuart

Dopo aver rischiato di sbagliare strada, vedendo la targhetta “gola nord-est” seguiamo una traccia su ghiaia con diversi spit sul perscorso, probabilmente per l’allestimento di corde fisse o per calarsi. Procediamo su discesa erbosa, gradoni e facili passaggi su roccia. La via è poco segnata, o meglio, è segnata per chi la fa in salita, ma bolli sono sbiaditi e poco visibili in discesa. 

Incontriamo nuovamente la Cengia degli Dei. Qui sorge un primo problema: da dove scendere? Costeggiamo tutto il largo tratto erboso della cengia alla ricerca del passaggio su cui scendere, poi seguiamo la cengia verso destra, ovvero verso il centro della gola, e riusciamo a trovare il punto da cui scendere. Tutto intorno a noi vediamo fessure e camini che partono verticali, e la gola che scende giù dritta fino a valle. La strada è ancora lunga, ormai sono le 15.

I ghiaioni all'inizio della Gola Nord-Est
Si scende disarrampicando

Iniziamo a trovare i primi cavi d’acciaio che ci aiutano a scendere più rapidamente, lungo tratti anche molto esposti e delicati, ma molto belli, come il passaggio sotto un tetto o quello molto dinamico ed estetico tra rocce incastrate.

Ad un certo punto, individuiamo un chiodo con un cordino, e sotto di esso una profonda e  strapiombante fessura che scende per una 50 di metri. La evitiamo seguendo i segni verso destra, mentre i nostri pensieri vanno al prossimo inverno quando la neve avrà ricoperto tutto ciò e potremo tentarla in invernale. Scendiamo ancora su gravoni finché non arriviamo sullo spallone alla base della via. Siamo quasi arrivati, stanchi, un po’ disidratati e bramiamo una birra e un piatto di gnocchi in rifugio. Seguiamo una linea di fittoni, troppo ballerini per i miei gusti, che scende verso sinistra, per fortuna dei gradoni scavati nella roccia ci aiutano durante la discesa.

La gola NE richiede comunque impegno
La forra nella sua grandiosità
Sempre concentrati
Troviamo alcuni tratti attrezzati in cui rilassarci

Ultimo fittone, dove andiamo? Nessuna traccia evidente o visibile, quindi tentiamo di procedere verso il centro della gola e scendere da lì. Ci si presentano però diversi problemi. Il primo è un salto di una decina di metri, che ci costringe a tirare fuori la corda e farla passare dietro un masso. Ci caliamo e, a parte qualche incazzatura con la corda che si era incastrata, continuiamo la discesa.
Incontriamo un altro salto che però scende sotto il nevaio. Non abbiamo certezza che laggiù ci sia un’uscita, quindi ci caliamo facendo nuovamente passare la corda attorno ad un sasso, per poi attraversare, con la massima leggerezza possibile, il lato più alto del nevaio. Grazie alla nostra lungimiranza nel portare la picca, scivoliamo lungo lo strato di neve compatta arrestandoci all’occorrenza infilzando il nostro scivolo ghiacciato. La discesa continua su un bellissimo gravone di ghiaia fina. Inutile specificare che porto con me mezza montagna nelle scarpe. 

Siamo sporchi da far paura, ma finalmente arriviamo in fondo, distrutti ma soddisfatti. Ora ci manca solo l’avvicinamento al rifugio e poi il meritato riposo.

è stato bello?
Ultimi ghiaioni
distrutti dentro e fuori

Arrivati al Pellarini, sono ormai le 17. Ci togliamo tutta l’attrezzatura di dosso: mi sento leggero e ancora con le forze nelle gambe per ripartire. Ci togliamo anche scarpe e calzini, e mentre aspettiamo i tanto agognati gnocchi brindiamo con una birra alla stupenda salita, che può essere chiamata soltanto col nome “avventura”.
Dopo esserci ristorati per bene, ripartiamo verso la macchina, alla quale arriviamo alle 19:30 stanchi e ancora affamati. 

Guardandoci indietro osserviamo quelle magnifiche pareti: siamo soddisfatti e felici.

Distanza Dislivello Tempi
14,15 km
1463 m
6h 17m

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