Ci sono montagne talmente impervie e selvagge al punto che gli uomini non sono stati in grado di addomesticarle, e il raggiungimento della vetta lungo i vari versanti rappresenta una sfida per gli alpinisti. Ci sono invece montagne che per le genti che vivono ai loro piedi significano vita, significano lavoro, significano casa. 

È il caso del monte Cjampon, il guardiano di Gemona lo chiamo io, montagna che con la sua mole sovrasta la cittadina pedemontana e che ora offre i suoi scoscesi pendii ad escursionisti e cacciatori ma che in passato ha fornito legname, ghiaccio da “lis glaceris” e fieno, tanto fieno, talmente tanto che per gli abitanti del paese non erano più sufficienti i comodi pascoli di bassa quota. Cercando in vecchi documenti e nella memoria degli anziani infatti si scopre che perfino i vertiginosi pascoli intorno alla cima erano frequentati ed è da qui che parte questo racconto.

In un vecchio numero del Cuardin, il periodico della sezione del CAI Gemona, scaricabile a questo link, abbiamo trovato un articolo che parlava di un sentiero che la gente di Stalis, frazione più alta di Gemona, percorreva lungo una cengia naturale per arrivare ai piedi di un grande e ripido pascolo orientato a sud-est, il pascolo de “lis Vualbinis”. 

Così il 3 gennaio ci troviamo io, Mauro e Soncio per l’ennesima volta al famigliare parcheggio di ghiaia sotto malga Cuarnan. Il meteo previsto non è dei migliori ma non fa freddo e non tira vento per cui partiamo a cuor leggero verso sella Foredôr, da lì controlliamo ancora una volta l’articolo-guida e ci incamminiamo lungo le prime rampe del sentiero CAI 713 che porta al Cjampon. Cerchiamo attenti il punto dove abbandonare il sentiero per prendere la traccia che ci condurrà alla nostra meta e in men che non si dica vediamo partire un tracciato verso destra con i bollini di cui si parla nell’articolo.

Nici e Soncio provano a capire il percorso
Il punto in cui abbandonare il sentiero CAI
I bollini gialli che si incontrano lungo il sentiero

Siamo partiti con quella di trovare un sentiero a malapena visibile ma quello che le nostre suole stanno pestando è un sentiero tenuto al limite del maniacale. La traccia è sempre ben evidente e i bolli si sprecano, decisamente troppi per i nostri gusti, annullando quasi totalmente quel fascino di cercare il percorso deducendone lo sviluppo dall’ambiente circostante. 

Continuiamo i sali scendi che il versante meridionale del Cjampon ci offre per poi perdere decisamente quota lungo un impluvio ghiaioso e raggiungere effettivamente la cengia che porta fino a Lis Vualbinis. Lungo il percorso ci fermiamo tantissime volte ad ammirare gli scorci che si aprono verso la valle del Vedronza che a sua volta entra nella Val Torre. 

Ponti di legno, terrapieni, cordini metallici: il signor Franco Serafini, la persona che ha recuperato il tracciato, non teme di certo la fatica tante sono le opere che si incontrano lungo questa antica via. Oserei dire, vista anche la poca esposizione, che il sentiero possa essere percorso da chiunque abbia un minimo di esperienza e sia affascinato dai luoghi selvaggi e dimenticati che attraversa.

La ripida discesa per raggiungere la cengia
La discesa appena compiuta
Un tratto della cengia
Il traverso ghiaioso
Un tratto attrezzato
La cengia verso la fine

Ancora qualche saliscendi della cengia e arriviamo ad una selletta che un tempo era punto di incontro di diversi sentieri e di cui sono presenti ancora tracce (un ulteriore stimolo per chi ama i vecchi percorsi). Ci fermiamo a riposare e a mangiare un po’ di frutta secca e realizzo, contrariato, che non abbiamo incontrato nessun animale selvatico, riporto il mio rammarico a Mauro e Soncio. Neanche a farlo apposta pochi minuti dopo sentiamo un fruscio di foglie, voltiamo lo sguardo verso l’origine del suono e vediamo un giovane camoscio uscire dal bosco e, dopo averci notati, fuggire veloce lungo il pendio.

Rinfrancati dalla vista ripartiamo, traversando il pascolo de “lis Vualbinis” e arrivando alla continuazione della cengia dove il sentiero si fa più difficile da individuare (sconsigliamo di proseguire a chi ha poca esperienza di escursionismo in questi ambienti) e che in pochi minuti ci conduce ad un grande masso di cui si legge nell’articolo citato sopra. 

Soncio in relax sulla sella panoramica
Lis Vualbinis viste dalla sella
Lis Vualbinis viste dal tratto successivo

Dal masso/riparo i sentieri e le tracce umane scompaiono, intorno a noi burroni e i ripidi versanti della catena del Cjampon che incombono. Dove andare? Tornare indietro? Ma ci mancherebbe altro, inizia proprio ora il divertimento! E via quindi ad improvvisare una salita per prendere il filo di cresta, prima risalendo dei tratti boscati dove non mancano dei facili passaggi di roccia poi sui ripidi prati.

Questi ambienti selvaggi decidono di farci un regalo completamente inaspettato, mentre riposiamo tra uno strappetto e l’altro, volgo lo sguardo verso i pascoli sopra il dirupo in cerca di altri camosci e scorgo tre sagome. Entusiasta condivido l’avvistamento con i compagni ma poco dopo mi correggo, non sono camosci, ma sono tre cervi! La distanza è molta per cui non riusciamo nè a scattare una foto, nè a capire sesso ed età degli animali ma nonostante questo sono al settimo cielo, non mi era mai capitato di incontrare cervi durante un’escursione. 

Restiamo qualche minuto in contemplazione finché il trio non entra in un boschetto sparendo dalla nostra vista, per cui gambe in spalla e si rinizia a salire il versante. Dopo qualche centinaio di metri il pascolo lascia posto agli strati rocciosi che formano la cresta del Cjampon che decidiamo di salire improvvisando una bella linea ravanosa tra rocce fratturate e zolle che si staccano. Memore della vertiginosa cresta del Monte Deneal, affronto questo tratto non senza un briciolo di timore ma totalmente consapevole dei rischi del luogo (le difficoltà sono alpinistiche, I-II grado) e concentrato in ogni movimento, le ciaccole con gli amici aiutano a rilassarsi.

Superato l’ultimo saltino roccioso siamo finalmente sulla cresta del Cjampon ed in particolare sul sentiero 763 dell’Alta Via CAI Gemona che Mauro ha recentemente adottato in occasione dell’iniziativa CAI “Adotta un sentiero“. 

Mauro su saltini rocciosi
Ravanage per Soncio
Gli strati rocciosi sotto la cresta
Il versante risalito
Primi saltini dopo il prato
Il pascolo de "Lis Vualbinis" a sinistra

La mia amata cresta è un trionfo come sempre. Una vista che spazia dal golfo di Trieste alla cima più alta della Slovenia, il Triglav, e che continua attraversando tutte le Alpi Giulie, le Alpi Carniche e si perde sulle lontane vette dolomitiche su cui trionfa il piramidone dell’Antelao

Ce la prendiamo comoda, continuando a guardare il panorama e altri camosci che fuggono alla nostra vista e tra una discesa e qualche passaggino di arrampicata mi rendo conto che in questo momento non c’è altro posto in cui voglio stare. Tutto è perfetto, o almeno così credo, perchè il Cjampon oggi ha deciso di farci un ultimo regalo. Poco distanti dalla cima intravediamo una sagoma, sarà un altro camoscio? Più ci avviciniamo più si fa nitida la sua figura. È lui, il mitico stambecco del monte Cjampon. Ormai un vecchietto, domina in solitaria queste creste e mai si era fatto vedere in tutte le mie salite alla cima. 

Questa ultima emozione non fa che rafforzare in me l’amore per questa catena prealpina per offrirci ogni volta delle avventure indimenticabili.

Il monte Faeit
Una panoramica della cresta
Panorama sulle Dolomiti
Lo stambecco si mette in posa
Distanza Dislivello Tempi
7,80 km
1100 m
4h 43m

0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *