La sveglia suona alle 6:15, ma il mio sonno si è già interrotto un paio di volte durante la notte. Succede sempre così, a causa della paura di rimanere addormentato. Una volta alzato, mi sforzo di fare una colazione robusta. La fame ora non è tanta, ma so bene che oggi consumerò molte più calorie del solito, quindi meglio prevenire che curare. Lo zaino è pronto, mancano soltanto l’acqua tenuta in frigo durante la notte e la bandana per coprire naso e bocca: ebbene sì, siamo ancora in emergenza Coronavirus, ma almeno si può fare attività sportiva! All’appoggio dei piedi sui pedali segue l’appoggio delle natiche sulla sella, e la giornata comincia. 

La ciclabile leggermente ventosa mi culla fino a Ospedaletto, dove Nici mi aspetta a cavalcioni del suo bolide. La Gemona-Plauris-Gemona inizia quando accendo la traccia Strava e scontro le mie nocche con quelle del mio socio. Vecchio sassolino nella scarpa per entrambi, solo Nici era già stato in cima a quella montagna anni fa, ma mai partendo da così lontano e soprattutto non salendo dalla cresta ovest. Maciniamo i primi 10 km senza mai guardare davanti: il Plauris, defilato sulla nostra destra, va studiato fin da subito.

Alle pendici del Plauris

Una volta giunti a Portis, leghiamo le bici all’attacco del sentiero 728a. Il bosco è effervescente, con le sue scale di verdi che, nonostante il cielo sia leggermente velato, stimolano l’appetito cromatico dei nostri occhi. La salita è intuitiva tanto quanto la pendenza è decisa, ma la biciclettata iniziale ci ha scaldato i muscoli. Il terreno è leggermente sconnesso, come i collegamenti tra i mille discorsi che iniziamo e facciamo fatica a finire: amore, etica, politica locale, natura, musica. Niente di nuovo, ci piace essere un giupet nei fatti ma anche nelle parole.

Arriviamo, dopo un po’ meno di due ore, alla Casetta Coi. Diciamo che ci sono quattro pareti, un tetto, due brande ed una rudimentale stufa, niente di più. Non ci passerei volentieri la notte, ma immagino lo splendore del cielo stellato visto da qui. Là in basso vediamo il Tagliamento, che ha ricevuto in dono l’eredità del Fella. Questo cambio di prospettiva sull’unione dei due grandi fiumi friulani rivela la storia che nascondono le montagne. Il Fella, bianco da accecare gli occhi trasporta i frammenti delle Alpi Giulie, calcari e dolomie di vecchie scogliere e lagune; il Tagliamento, bianco sporco quasi grigio, trasporta rocce che provengono dalle quattro valli carniche e che hanno storie molto più varie. Ci prendiamo 5 minuti di pausa per bere un sorso d’acqua e mangiare una mela, poi ripartiamo di buona lena. 

Panorama con Tagliamento
Casetta Coi

Il sentiero continua a sinistra verso la Val Lavaruzza, ma noi da lì vogliamo scendere e non salire. Il nostro obiettivo è la linea di cresta, che vogliamo percorrere fino alla cima del Plauris. Così ci muoviamo verso destra, Nici davanti e io dietro che mi perdo a fare foto. La traccia è molto inconsistente, ma chi ne ha bisogno quando la direzione è una sola? 

La salita, qui, si fa più severa. Col passare del tempo sento la fatica starmi addosso e il ritmo calare. Vedo Nici che prosegue senza problemi, e mi chiedo dove trovi tutte quelle energie. Fino ad ora le gambe hanno girato bene, e non mi spiego questo rallentamento. Che sia dato dal fatto che sto salendo senza bastoncini, visto che li ho rotti poco tempo fa? Può essere, ma non mi piace l’idea di aver trovato una scusa. Continuo a passo lento e invito il mio socio a proseguire senza troppe pause. Sono infastidito, vorrei capire cosa mi sta bloccando e trovare una soluzione, ma neanche bere un sorso d’acqua mi aiuta. Alla fine, l’unico modo per uscire dai guai è non fermarsi. La verticalità del terreno non piace alle mie gambe, le quali mi fanno capire che preferivano stare orizzontali nel letto. So bene, però, che finché metto un piede davanti all’altro, sono ancora in gioco. Arrivo alla fine dello strappo ripido e mi siedo a riprendere le forze. Osservo la linea di cresta scavallare su un pianoro più dolce, che lascia intravedere la roccia del tratto finale. Sono contento, adesso ci si diverte!

Nici sale senza problemi
Io fatico come un dannato

Il panorama davanti a noi è cambiato. Ci sono litostrati che sembrano aver danzato nel tempo, e ora sono rimasti attorcigliati l’uno sull’altro; ci sono i mughi che coprono un versante della cresta come moquette sul pavimento; ci sono dei rapidi saliscendi che ricordano le dune del deserto. Ci concediamo il lusso di correre su certi tratti, trascinati dalla bellezza di alcuni passaggi. Affrontiamo senza problemi dei piccoli muri, lasciandoceli alle spalle curiosi di vedere che cosa si nasconde dietro di loro. La cresta si fa più sottile, e ci rendiamo conto di non essere soli. Non sono i due corvi imperiali, che da vicino sono enormi, ad impensierirci. Non è nemmeno l’aquila che abbiamo visto volare al centro della vallata, con stupore e gioia, a crearci problemi. Il nostro cruccio è: come facciamo a passare se ci sono 15-20 stambecchi sulla cresta davanti a noi e ci guardano con fare scontroso? Nonosante Nici sia una persona diplomatica e calma, i nostri amici ungulati non cedono volentieri il loro spazio. Per fortuna, ad un certo punto, i curvi cornuti saltano su un prato dove a noi umani è decisamente precluso il passaggio, lasciandoci proseguire sulle solide rocce della spalla del Plauris. 

L’ultimo tratto prima della cima ci riporta su un terreno erboso scosceso, che affrontiamo con prudenza. Qui succede una piccola magia, come un regalo della natura. Non troppo distante da noi, vediamo partire in picchiata due coturnici, animali simbolo del Parco Prealpi Giulie. Sono uccelli galliformi coloratissimi che si distinguono per una particolarità, che di certo non rientra nella lista dei superpoteri più sognati dai bambini: sanno volare in picchiata, ma poi devono farsi tutta la salita a piedi. 

Corricchiando in cresta
Lastroni e stambecchi
Nel pieno della negoziazione
Nici re delle rocce

Finalmente in cima! Che soddisfazione arrivare quassù partendo da casa, su una linea di cresta mozzafiato, dopo aver sofferto più del previsto su quei maledetti prati verticali. Il panorama da qui è spettacolare. Davanti a noi, a sud, si vede tutta l’Alta Via CAI Gemona del Monte Cjampon, e il suo fratello minore Deneal. Peccato che con la foschia non si vedano bene quelle simpatiche collinette che movimentano il medio Friuli. Alle nostre spalle invece si distinguono Il Pisimoni, il Cjavalz, il Çuc dal Bôr, il Montasio e più a Est ovviamente l’immancabile Canin

Ci prendiamo una meritata pausa, degustando panini e frutta, che ci restituiscono le energie perse durante la salita. Mentre Nici fa foto al panorama, io ascolto il rumore del vento e osservo dall’alto tutto ciò che normalmente mi sembra grande e insormontabile. Che bello poter cambiare prospettiva.

Decidiamo di non perdere troppo tempo in cima, meglio rilassarsi una volta giunti in Cjariguart. Sistemiamo gli zaini, salutiamo le montagne che ci stanno guardando, e ci incamminiamo verso la prossima sfida.

Il trofeo
Panorama a Est

La discesa a nord presenta un piccolo problema: c’è la neve! Siamo a corto di attrezzatura, e io non ho nemmeno i bastoncini. Nici fa da apripista ma la nostra differenza di peso si fa sentire: dove lui appoggia bene i piedi, io sprofondo e rischio di cadere. Non vivo bene i primi metri di discesa, perché ho paura di scivolare. Ancora una volta, mi ritrovo a constatare che i grandi problemi si risolvono solo se li si rompe in  piccoli pezzi. Mi concentro su ogni singolo appoggio e riesco ad arrivare ad una zona più sicura. Da lì in poi, grazie anche ad un bastoncino che mi ha tirato Nici, la musica cambia. Comincio a correre a ginocchia alte per estrarre lo scarpone dallo strato bianco che lo ingloba ad ogni passo, e raggiungo velocemente il mio socio. Mi spunta il sorriso, e torno bambino. Di nuovo, che bello poter cambiare prospettiva.

La nostra discesa invernale si conclude dopo un tratto orizzontale che ci riporta sul sentiero di terra e sassi. Ci giriamo per guardare l’imponente versante nord, e rimaniamo stupiti di come sia stato possibile scendere da lì. Siamo contenti del nostro operato, e ripartiamo correndo a tratti per recuperare un po’ di tempo perso. La traccia è orizzontale per qualche centinaio di metri, ma non facciamo in tempo ad abituarci a questa andatura che siamo costretti a usare le ginocchia come molle per frenare i nostri corpi nella bella discesa boschiva che ci porta nella conca di Cjariguàrt (il nome deriva probabilmente da cjâre=capra e guàrt=recinto chiuso). Qui troviamo la pace dei sensi al Ricovero Bellina, letteralmente un albergo a cinque stelle in mezzo ad un anfiteatro esteticamente notevole. Siamo in mezzo a due linee rocciose ben definite: a sud la dorsale cima Somp Selve-Plauris, appena percorsa, a nord la dorsale Cima dei Larici-Plauris. La forma, che ricorda una grande “V”, testimonia la potenza delle forze che muovono la crosta terrestre. Gli strati rocciosi sono stati piegati e resi quasi verticali, mentre faglie più piccole li hanno fratturati. Anche la pioggia, assieme ai ghiacci, ha fatto il suo lavoro di erosione, incidendo la valle e rimuovendo i detriti. 

Correre liberi come da piccoli
Siamo davvero scesi da lì?
Il maestoso Ricovero Bellina

Il tasso di relax è altissimo, ma purtroppo dobbiamo rimetterci in marcia. Il giro va concluso, e aleggia nell’aria l’ipotesi di un tuffo nel Tagliamento. Ci diciamo che la conferma arriverà soltanto una volta arrivati alle bici, e ci mettiamo di nuovo in cammino. Le rocce ai nostri lati e il bosco davanti a noi, ci regalano ancora una volta un’esplosione di forme, colori e progetti futuri. A svegliarci dai nostri sogni ci pensa però il caldo umido che ci toglie il respiro durante la discesa. Per fortuna non ci manca la grinta, e decidiamo di utilizzare le ultime risorse energetiche della giornata per correre praticamente tutta la distanza che ci separa dalle bici. Stranamente entrambi non sentiamo le gambe particolarmente stanche, e questo ci spinge a minimizzare le pause. Arriviamo ai nostri mezzi di trasporto con i piedi in fiamme, ma siamo felici di aver sceso gli ultimi kilometri ad un ottimo ritmo. A questo punto arriva la conferma che tanto aspettavo: siamo in tempo, direzione Tagliamento!

Le ruote della bici si muovono all’unisono, e i nostri sguardi non possono fare altro che dirigersi verso nord, cercando si ritracciare mentalmente il percorso di oggi. Le nostre teste rimangono ruotate in direzione opposta all’andata. 

Arriviamo in una piccola spiaggetta e realizziamo di essere fortemente scottati. La crema non ha fatto molto effetto, a causa delle quasi 12 ore di esposizione al sole. La tecnica migliore per trovare refrigerio e idratare la pelle è immergersi nell’acqua gelida: ecco l’ultima sfida della giornata! Prendiamo coraggio e ci tuffiamo: i vasi sanguigni si restringono immediatamente e la temperatura corporea scende bruscamente. 

Kilometri percorsi: 38

Dislivello complessivo: circa 2200m

Tempo trascorso in natura: 12 ore

Tempo di immersione nel Tagliamento: 7 secondi

Ecco come si conclude uno dei giri più belli che io abbia mai fatto.

Il finale perfetto

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