Le feste di Natale sono ormai quasi concluse e di neve sulle montagne neanche una spruzzatina. Visto che le precipitazioni sono assenti da settimane, optiamo per sfruttare il periodo di siccità per affrontare una delle grotte con corso d’acqua attivo all’interno di cui avevamo parlato e ci eravamo informati per molto tempo.

La risorgiva di Eolo non va infatti affrontata dopo periodi piovosi o con tempo instabile essendo una cavità attiva che si può riempire completamente molto in fretta.

Recuperate quindi le attrezzature partiamo verso Avasinis. Arrivati in paese iniziamo a salire i tornanti in direzione Mont di Prât.

Parcheggiamo nello spiazzo del tornante subito dopo l’ingresso della grotta, che avevamo già trovato nei mesi precedenti, ci prepariamo e riscendiamo di qualche metro fino al cartello informativo che indica l’ingresso 1 della cavità. Accendiamo le torce e ci infiliamo nei primi stretti passaggi detritici.

Di acqua neanche l’ombra e questo ci fa ben sperare.

Dopo alcune strettoie giungiamo ad una grande sala con un’impressionante specchio di faglia su cui è posizionato un tensiometro. Sistemiamo un ometto di pietre per ritrovare il condotto da cui siamo arrivati e proseguiamo.

La grotta, poiché si riempie completamente di acqua in pressione, non presenta stalattiti o stalagmiti, ma la selce scura che affiora dal calcare risulta comunque molto affascinante. Inoltre, già conosciamo l’infinita abilità scultorea dell’acqua quando incontra il lavorabile calcare: e qua sotto la fantasia delle forme è massima!

La grotta risulta sempre abbastanza labirintica per cui ci fermiamo nei punti di svolta per memorizzare bene la via di uscita e per costruire degli ometti di sassi per avere la certezza del ritorno.

Continuando a superare strettoie mai troppo scomode e arrampicando facili pozzetti di un paio di metri arriviamo finalmente ad una sala più grande con una cascatella proprio di fronte a noi. Per un attimo ci sentiamo smarriti credendo di dover scendere all’interno di un pozzo strettissimo di cui non si vede neanche il fondo; per fortuna rileggiamo la relazione e risaliamo la cascatina.

Seguendo la forra creata dall’acqua continuiamo superando i primi laghetti sotterranei e oltrepassato un masso incastrato giungiamo allo spettacolare lago-sifone. Superiamo l’acqua grazie al cavo metallico fissandoci il più vicino possibile alla parete per non finire con il sedere ammollo. 

Dopo il lago continuiamo a risalire il piccolo corso d’acqua che ha scavato un’altissima forra. Le piccole pozze e le cascatelle rendono l’ambiente suggestivo, e danno un senso di tranquillità anche se le difficoltà tecniche continuano con costanza tra piccole arrampicate e passaggi in spaccata.

Poco dopo la risalita ci troviamo di fronte ad un bivio: da una parte un ramo che sale più dolce e l’altro che presenta invece un’arrampicata più impegnativa, su una serie di cascate e pozze. La scelta è ovvia e iniziamo ad arrampicare aiutandoci con gli affioramenti di selce. Giungiamo quindi ad un lago con cascata sotto un pozzo.

Alziamo gli occhi al cielo (si fa per dire) e per un attimo lo sconforto ci assale: una corda pende nel buio all’interno dell’enorme pozzo. Valutiamo la situazione, ci facciamo coraggio, prepariamo cordini e moschettoni e un po’ timorosi decidiamo di risalire.

Il pozzo è alto ben 27 metri e quando mi appresto a risalire i primi tratti non riesco neanche a vederne la fine.

Dopo una discreta faticata mi ritrovo al sicuro nel corridoio orizzontale in cima al pozzo e urlo a Nici di raggiungermi. 

A questo punto un altro passaggio emozionante: una traversata in tirolese di alcuni metri su corde non molto tese e non del tutto affidabili sopra un laghetto. Superiamo anche questa difficoltà in rapidità, costantemente spinti dalla curiosità di esplorare l’ignoto davanti a noi.

Il ramo attivo continua passando sotto una marmitta sfondata e per basse condotte. Evitiamo i rami ciechi descritti dalla guida e procediamo ancora per tratti di facile arrampicata.

Arrivati ad una sala dal basso soffitto constatiamo che dopo 2 ore abbondanti all’interno della grotta, la fatica e la fame iniziano a farsi sentire. Valutiamo il da farsi e appurato che poco oltre il punto in cui ci siamo fermati ci sarebbe un’altra lunga calata e che servirebbe un canotto per superare il sottostante lago, decidiamo che è giunta l’ora di ritirarsi.

Iniziamo quindi a ripercorrere la strada dell’andata.

Procediamo spediti e solamente una volta sbagliamo strada e ci infiliamo in una strettoia sempre più bassa finché non si passa più; dietrofront e grazie all’ometto di pietra ritroviamo la giusta condotta.

Arriviamo così di nuovo alla luce del sole dopo 4 ore, super affamati, ma decisamente soddisfatti.

Le nostre capacità speleo stanno pian piano crescendo.  

Categorie: Speleologia

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