“Ragazzi vi va di venire a fare un weekend in Valtellina?” Bastano queste poche semplici parole perché Silvia mi convinca ad andare nella sua terra, affamato di avventure con delle nuove compagne di viaggio. I protagonisti di questa escursione infatti non saranno il rodato gruppo friulano bensì, oltre a me, le compagne del master: Francesca, Silvia e la sua amica Vivi. A dover di cronaca parte con noi anche Mary ma che per una malaugurata influenza ci abbandona alla stazione di Sondrio. 

Partiamo in macchina da Conegliano nel pomeriggio di venerdì e dopo un eterno viaggio arriviamo a Sondrio in tarda serata, dove Silvia con tanto amore ci ha preparato una cena con i fiocchi durante la quale degustiamo pure i migliori mieli che i soci apicoltori del suo circolo, lei di mestiere fa il tecnico apistico, ricavano dalle arnie della Valtellina. 

Il mattino seguente la sveglia suona implacabile alle sette, neanche troppo presto se non fosse per la spiacevole notte in bianco che ho passato, vabbè si dormirà la sera seguente. Una ricca colazione e subito iniziamo a risalire in macchina la Valmalenco con le sue cave e miniere che per anni hanno dato lavoro agli abitanti. 

Dopo un’ora circa arriviamo finalmente al parcheggio del rifugio Poschiavino dove lasciamo la macchina.  Un caffè veloce, quattro chiacchiere con i gestori che ci chiedono dove siamo diretti e, ultimati i preparativi, ci mettiamo finalmente in marcia. Ci aspettano circa 800m di dislivello su un, inizialmente, comodo sentiero per raggiungere il rifugio Carate-Brianza nel quale pernotteremo, ma che ora ci dovrebbe servire solo come tappa di passaggio per mollare i carichi più pesanti. 

La prima parte di salita è molto divertente e piuttosto ripida, e ci permette di coprire rapidamente le prima centinaia di metri alternando scorci panoramici sulla vallata a piccoli sguardi rubati ai dettagli del bosco e dei fiori. Il discorso cambia circa a metà quando, dopo un breve tratto pianeggiante, si inizia a vedere il rifugio Carate che sembra essere vicinissimo. Vivi ferma subito il nostro entusiasmo “Ora ci aspettano i sette sospiri!”. Mai nome fu più azzeccato. Impossibili da notare dal basso, per raggiungere la nostra prima meta dobbiamo risalire queste balze pratose che alternano tratti di ripida salita a tratti pianeggianti: sembra di risalire i terrazzamenti su cui si coltiva il riso in Asia. La salita per fortuna è almeno in parte allietata da Bosco, il cane di Vivi che si diverte a rincorrere le marmotte, ovviamente senza un briciolo di successo.

Dopo due ore circa siamo al rifugio, dove i proprietari ci accolgono calorosamente. Purtroppo la nostra non sarà una fermata di solo passaggio, il meteo sta pian piano peggiorando e proprio quando stiamo decidendo il da farsi, enormi nubi iniziano a scaricare il loro liquido contenuto su di noi. Che peccato, ci toccherà mangiare una pasta con la selvaggina in rifugio invece di un banale panino!

A pochi minuti dalla partenza
Amello
La diga di Campo Moro
Il rifugio o capanna alpina Carate-Brianza

Il meteo ci dà un po’ di tregua, decidiamo di uscire dal tepore del rifugio e di puntare alla nostra meta, punta Marinelli, 3182 mslm. Pochi passi ci separano dalla Bocchetta delle Forbici, ancora avvolta dalla nebbia. Motivati, ci rimettiamo in marcia con Bosco che con il suo solito entusiasmo canino già ci aspetta sulla forcella, contrariato dalla nostra lentezza da bipedi. 

Un mondo diverso ci si para davanti, un mondo nuovo per me, abituato alle “basse” Alpi Orientali. Il paesaggio è potente, enorme e l’occhio si perde a percorrere le creste dell’altopiano di fronte a noi. I colori mi colpiscono più di ogni altra cosa, noto un blu particolare e quasi intimorito chiedo a Vivi “Ma… è proprio un ghiacciaio?” La risposta è scontata, l’emozione colmante. 

I cumuli di ghiaia che lo circondano lo accolgono come una comoda culla da cui fragorosa nasce la sua prole, i fiumi che prorompenti si dirigono a valle, messi al mondo dalla loro gelida madre, fluiscono assieme crescendo man mano e portando vita alle valli sottostanti ed energia fino all’industria pulsante di Milano.

Un’altra storia si cela in questo spettacolo della Natura, una storia recente i cui antagonisti siamo noi umani, consapevoli o meno, ma lasciamola in sospeso per ora perché nel frattempo ci stiamo avventurando in questo regno di ghiaccio e rocce. 

Il vallone di Scerscen
Io e Bosco ammiriamo il vallone
Il ghiacciaio di Scerscen

I sentieri sono diversi da casa, le nostre suole non pestano terra o ghiaia ma rocce che rivolgono lisce facce verso gli scarponi. Rumori in lontananza, la sensazione di essere osservati, la conferma dal canide: un gruppo di stambecchi ci scruta da rocce verticali facendosi invidiare ancora una volta le loro scarpette d’arrampicata naturali.

Superiamo un piccolo lago glaciale, un semplice sguardo in acqua rivela un mondo di organismi, probabilmente larve di qualche insetto o anfibio, meriterebbe una pausa e uno sguardo più attento ma il meteo ci è nemico e continuiamo verso la nuova meta, ora ben visibile, arroccata su un cucuzzolo come una torre medioevale, il rifugio Marinelli-Bombardieri. Uno strappo di salita e siamo arrivati, proprio quando in lontananza si sentono i giganti di pietra scagliarsi enormi macigni: un temporale s’avvicina. 

Veniamo accolti da due ragazzi isolati da tre giorni a causa di problemi alla linea telefonica, uno scambio di battute con loro e uno sguardo alle foto appese. Non sembra essere lo stesso edificio ritratto, o meglio, l’edificio è lo stesso, è il paesaggio ad essere diverso. Né aguzze rocce, né fragorosi fiumi, né evidenti sentieri sono impressi su quelle fotografie un po’ sgualcite dal tempo, il bianco la fa da padrone, un bianco solcato da qualche saltuaria linea nera: sto guardando il ghiacciaio ad inizio secolo. La verità mi colpisce come uno schiaffo, quello che prima mi ha emozionato non è altro che una minuscola parte di ciò che era meno di cento anni fa e ne siamo noi i responsabili. Mi chiedo come sia possibile davanti ad evidenze simili negare ancora il cambiamento climatico e come non lasciarsi sopraffare da questo senso di impotenza a vedere dei giganti soffrire per noi essere così piccoli.  Però rifiuto che i miei siano solo pensieri di rassegnazione e sconfitta, ognuno di noi può nel suo piccolo scegliere se essere una cellula tumorale oppure benefica per l’organismo Terra.

Il temporale prima lontano si è avvicinato, per cui celeri ci rimettiamo in marcia nuovamente verso la capanna Carate dove ci aspetta una deliziosa cena con piatti tipici: pizzoccheri, minestrone e un buon piatto di pollo. Qualche risata in compagnia, un paio di genepi e ci corichiamo. 

Il sentiero che ci porta al rifugio
Il piccolo laghetto glaciale
Il cucuzzolo su cui poggia la capanna Marinelli
In lontananza il ghiacciaio di Caspoggio
Il ghiacciaio inferiore di Scerscen
Foto di rito
Il Ghiacciaio ad inizio secolo
Il ghiacciaio di Caspoggio ad inizio secolo

Al mattino seguente il meteo si presenta identico, le solite nuvole si avvicendano sulle creste e sui picchi. Dopo una super colazione, ringraziamo ancora i simpatici ed ospitali gestori del rifugio e partiamo per il lungo traverso che ci porta a svalicare verso il Vallone di Fellaria. Ieri sera si è aggiunta una nuova compagna, Paola, che con il suo umorismo allieta la camminata. 

Sulla sella veniamo accolti da un fragoroso boato, io e Francesca siamo convinti essere un altro temporale ma Vivi ci dà una spiegazione diversa. È il ghiacciaio di Fellaria, da cui si staccano mastodontici volumi di ghiaccio a causa delle temperature di agosto e per l’ennesima volta subisco il fascino di questi ambienti d’alta quota. 

Ci rifocilliamo un po’ e si riparte. La discesa fino ai verdi pascoli sottostanti passa veloce e non perdo occasione di giupettare un po’ tra i sassi, scivolare su qualche nevaio e approcciare un bel boulder che mi respinge in malo modo. 

Dopo un bel traverso su prato ripido e ravanoso, la Valmalenco decide di farci la sorpresa più bella ed inaspettata. Una sagoma scura ci sfila sopra le teste e volteggiando si destreggia tra le termiche. Una poiana? Troppo piccola. Un’aquila? La coda e il profilo non ci convincono. Cos’altro? Beh, uno degli uccelli più belli e grandi delle Alpi: l’avvoltoio degli agnelli o meglio, il gipeto. Mai avrei creduto di avere la fortuna di vederlo, così maestoso, miracolo dell’evoluzione, sopravvive su queste pareti rocciose nutrendosi prevalentemente di ossa che cerca volando da una vallata all’altra, indisturbato Re dei cieli. Forse vanitoso della sua bellezza, forse consapevole di averci regalato una grande emozione, si appollaia su una parete sparendo mimetico alla nostra vista. 

Il traverso dal rifugio Carate
Dettagli metamorfici
Approcci al bouldering
Dettagli metamorfici
Nigritella nigra, orchidea tipica dei pascoli alpini
Si scende verso il ghiacciaio di Fellaria

Con il cuore ancora colmo di gioia e gli occhi pieni di meraviglia superiamo l’ultimo tratto di salita. Un vasto sistema di valli si apre davanti a noi e blu si staglia il ghiacciaio di Fellaria. Un’immagine simile a quella del giorno precedente e persino migliore, con i fiumi che escono dalle lingue e si gettano a valle. Il desiderio di raggiungere quel gigante è prorompente, ancora di più grazie a Vivi che mi racconta delle sue avventure su quelle creste e sui crepacci.

Dopo essermi fissato quest’immagine negli occhi, a malincuore dobbiamo prendere la strada del ritorno a causa del lungo viaggio in auto che ci aspetta. Percorriamo un tratto del Sentiero Glaciologico “L. Marson” verso il rifugio Bignami, un passo dopo l’altro lentamente, nessuno di noi vuole andarsene da qui.

Il ghiacciaio di Fellaria
Pennacchi di Scheunchzeri
Un pannello del sentiero Glaciologico
Lo splendore di Fellaria dal rifugio

Superato il rifugio perdiamo quota velocemente e ci ritroviamo ad affiancare l’enorme bacino artificiale della diga di Gera. Tra una chiacchiera e l’altra percorriamo in meno di un’ora la distanza che ci separa dal parcheggio dove abbiamo lasciato la macchina.

Giunge così al termine questa mia prima avventura sulle Alpi Retiche che non mi ha solo condotto a vedere posti e ambienti nuovi ma anche a piantare i semi di quello che mi auguro diventi un nuovo gruppo di amici con cui condividere il magico mondo delle montagne. 


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