Lontano dalle località famose della regione, si nascondono perle di rara bellezza, sconosciute ai più. Sulla strada che porta da Enomonzo ad Ampezzo, si può intravedere qualcosa di bizzarro; un gigantesco sasso appoggiato su verdi boschi che con le sue scure pareti si erge al di sopra dei paesi di Socchieve e Preone, come a vegliare su di loro. È il monte Burlàt. Il suo nome è probabilmente derivato dalla parola “burlac”, espressione con la quale i vallegiani chiamano le nubi portatrici di tempesta, che, come i detti dell’area suggeriscono, di solito arrivano dalla Valle di Preone.
Si parte quindi domenica da l’abitato di Preone, non molto presto, per evitare di patir troppo freddo e dopo esserci riuniti con Mauro e Nicola, partiamo per la nostra meta: il monte Burlàt. Scegliamo come punto di partenza la Valle di Preone, che può essere raggiunta facilmente attraverso una strada asfaltata, seguendo semplicemente i cartelli che indicano la direzione. La valle si raggiunge in circa 20 minuti d’auto, ed una volta arrivati, si procede fino alla località “Pie di Valle”. In prossimità della mulattiera che sale a malga Palas (CAI 807) si prende la strada sterrata che scende a destra; nello spiazzo ghiaioso che si raggiunge si trovano numerose possibilità di parcheggio (Da qui è inoltre possibile visitare le sorgenti dell’Arzino).
Arrivati qui, verso le 9.30 circa, finalmente partiamo. Iniziamo dunque a percorrere la mulattiera (CAI 826) che sale le pendici del Burlàt; durante il tragitto si è costantemente immersi nella faggeta, dove gli alberi simili a colonne si alterno ad un sottobosco piuttosto povero, creando un’atmosfera del tutto particolare. In un’ora circa (CAI 826), si giunge al bivio che sulla destra conduce al rifugio Lindo Lupieri. Proseguendo invece si raggiunge la Casera Teglada. Noi prendiamo a destra (CAI 802) e in pochi minuti arriviamo al rifugio che visitiamo. (Circa 30 minuti). Il rifugio è sempre impeccabilmente mantenuto, con possibilità di dormire e di riscaldarsi con caminetto o spolert.
Breve pausa e si riprende. Altri 40 minuti sono necessari per raggiungere il secondo rifugio che si trova proprio sotto la cima del Burlàt. Qui si procede un po’ a rilento, a causa degli alberi caduti a seguito delle forti piogge di ottobre; ma è tutto ripagato dalla stupenda vista che si ha dalla casera Pezzeit di sotto. Anche in questo caso, il locale è molto accogliente (un albergo in confronto ad altri rifugi della regione), ci sono numerosi posti letto e un cammino per riscaldarsi. Da qui prendiamo il sentiero (CAI 803) che da dietro la Casera porta ai ruderi di Pezzeit di sopra.
La radura che qui si apre è davvero spettacolare, con una vista larghissima sulle Alpi sia Carniche che Giulie, in estate questa diventa un po’ problematica a seguito delle cospicue piante di lamponi che vi crescono, ma oggi, è sgombra, ed il sentiero si segue piacevolmente. Il rudere che sorge vicino al sentiero un tempo era una Casera con tanto di alloggi, dove si portavano gli animali al pascolo, ora questo come altri nella montagna friulana, resistono faticosamente alle intemperie come ricordo della vita dei nostri nonni e bisnonni. Giungiamo quindi alla “Stangjada”, (30 minuti da Pezzeit di sotto) la località dove il sentiero si incrocia con il costone est-ovest del Burlàt.
Da qui seguiamo semplicemente il costone erboso puntando alla cima (presenza di bollini segna via). La cresta erbosa è completamente ricoperta da piante di Ginestra. Queste spesso nascondono piccole insidie e sono piuttosto scivolose. Ciò rende il procedere alquanto faticoso, tuttavia il panorama inizia ad aprirsi e lo spettacolo che ci viene mostrato ci fa dimenticare ogni fatica. Dopo una serie di dossi arriviamo all’unico punto che presenta un minimo di difficoltà, alcuni passaggi rocciosi (1 grado), che conducono prima ad una cresta e poi ad un ripido prato finale che porta alla cima (30 minuti). Mentre siamo impegnati in questo tratto ci troviamo immersi in un’atmosfera magica, ha infatti iniziato a nevicare! Superiamo nonostante tutto questo ultimo tratto parzialmente innevato e siamo finalmente in cima.
Da qui la vista si apre a 360 gradi sulle valli circostanti, oscurata solo in parte dal monte Valcalda verso sud; nei giorni tersi si possono vedere il Pelmo, l’Antelao, il Cristallo, la Civetta e se si è fortunati anche il golfo di Trieste. Passiamo un po’ di tempo ad ammirare il panorama, cercando di riconoscere qua è la i picchi sconosciuti e ripromettendoci di visitarli un giorno, fino a quando il freddo sopraggiunge, deciso a cacciarci giù; è giunta quindi l’ora di scendere. Lasciamo il segno del nostro passaggio nel diario di vetta (croce presente) e ci avviamo verso valle. La strada in discesa è la medesima e dopo una pausa té preso il rifugio di Pezzeit di sotto, siamo di nuovo al punto di partenza verso le 16.30.
La salita al monte Burlàt non è certo una sfida difficile tecnicamente, basta avere un buon allenamento per affrontare i circa 1000 metri di dislivello che lo separano dalla Valle di Preone. Nonostante ciò, questa montagna mi ha sempre affascinato, sia per la forma che per la sua posizione piuttosto defilata e solitaria. Quassù non si troveranno allegre compagnie sbaccananti o turisti seduti in attesa di una birra, magari qualche cacciatore ma non di certo le grandi masse che si possono trovare altrove. Queste zone sono per chi ama il silenzio, i grandi spazi e la scoperta dei piccoli anfratti nascosti, che si trovano sparsi qua è la tra le valli e le cime. Ogni tanto è dunque bene allontanarsi dalle località famose, perché non si sa mai che meraviglie si celano dietro la prossima meta sconosciuta.
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